lunedì, 12 maggio 2008,16:05

"Occorre aiutare con le leggi la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa". Lo ha chiesto il Papa, nell'udienza ai rappresentanti del Movimento per la vita, ricevuti a 30 anni dalla approvazione della legge 194 sull'aborto. "L'aver permesso di ricorrere all'interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e famiglie, ma ha aperto una ulteriore ferita nella società".

"Guardando ai passati tre decenni e considerando l'attuale situazione - ha osservato Benedetto XVI - non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa".

"Certamente - ha ricordato il Papa - molte e complesse sono le cause che conducono a decisioni dolorose come l'aborto. Se da una parte la Chiesa, fedele al comando del suo Signore, non si stanca di ribadire che il valore sacro dell'esistenza di ogni uomo affonda le sue radici nel disegno del Creatore, dall'altra stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all'accoglienza della vita, e alla tutela dell'istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna".

Ma, ha osservato ancora Benedetto XVI, "diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono. La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l'impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l'esigenza dell'amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro".

E qui ha inserito l'appello alle Istituzioni a porre "di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l'attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa". "Occorre - ha sottolineato - aiutare con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa, nel non facile contesto sociale odierno".

da TgCom


mercoledì, 07 maggio 2008,07:05

Il Papa ha parlato Domenica scorsa di una vera e propria "emergenza educativa" in Italia. A seguire le cronache quotidiane, e in specie quelle degli ultimi giorni, non si può non dargli ragione. Non passa giorno che non si senta parlare di uomini che stuprano giovanissime e finanche bambine, di aggressioni in luogo pubblico, di violenze fra coetanei, di lesioni, torture, uccisioni. E' un bollettino di guerra che fa impressione. Perfino la mia città, di solito piuttosto tranquilla, è salita alla ribalta delle cronache nazionali con i suoi casi di bullismo.

La cosa più ridicola, in questi casi, è sfruttare a fini politici il sangue versato. Come è avvenuto per il caso degli skinheads di Verona, che hanno ammazzato per una sigaretta. La stampa e le forze di sinistra hanno preso la palla al balzo per mettere in guardia contro il "neofascismo". Idiozie. Gli idioti di Verona sono uguali agli idioti che si firmano "la bestie di Satana" o a quelli che alimentano gli squadroni di ultrà allo stadio. Né più e né meno. Sono ragazzotti che in testa non hanno davvero niente, e che hanno bisogno di riempirla di qualcosa.

Qualcosa, che purtroppo, ha a che fare con la violenza.

Il problema è un altro. Cosa c'è nel vissuto di questi ragazzi? Cosa c'è dietro le loro bravate? Vai a vedere e trovi famiglie sfasciate, traumi infantili, sofferenze non rimarginate. Terribili situazioni di solitudine e di abbandono, mancanza di cultura. In genere si tratta di gente che vive ai margini della società, di disadattati, di ragazzi che non hanno una ragione valida per affrontare la fatica dl vivere.

Ne ho conosciuto uno,uno intendo che sarebbe capace di qualche sciocchezza, come quella di Verona. Pessimo rapporto con la scuola, pessimo rapporto con la vita di tutti i giorni, pessimo rapporto con la propria storia e con quella di suo padre, che ha abbandonato la famiglia quando lui è venuto al mondo. Nella mente debole di un ragazzo del genere, possono farsi strada pericolose quanto affascinanti suggestioni. Demonismo, occultismo, mitologie nordiche si mescolano con un nazismo ridotto a slogan istintivi, dentro un calderone che esalta la violenza fine a se stessa. Perché poi va veramente tutto a finire lì, nella voglia di pestare qualcuno, di torturare qualche debole, esattamente come fanno i bulli nelle scuole del Regno.

Questa è gente veramente disperata, poveri disgraziati giovani a cui è mancata la giovinezza. E lo capisci subito, anche perché dietro la maschera del bullo molto spesso riesci ad intravedere il bambino che c'è. Del resto, un ragazzo che vive sulla strada tutti i giorni è quasi predestinato ad essere una vittima dell'idiozia imperante. Le statistiche dicono che invece chi vive e frequenta ambiti positivi (una parrocchia, un oratorio, una comunità ecclesiale, una scuola cattolica), matura i giusti anticorpi, e riesce a produrre una cultura e un impegno con la vita infinitamente più positivi. E' una realtà sotto gli occhi di tutti, piaccia o non piaccia.

Allora, il problema è davvero quello dell'educazione. Il Papa denuncia la mentalità relativistica, edonistica e consumistica. Non denuncia dei soggetti sociali precisi, che sono pure in crisi (famiglia, scuola, istituzioni…), ma una "mentalità", cioè quello che abbiamo nella zucca, che è stato messo nella zucca della gente. L'indifferenza morale delle nostre azioni, la mancanza di una legge naturale uguale per tutti, la convinzione che tanto la verità non esiste e che ognuno può fare come gli pare. Non è stato predicato tutto questo? La ricerca estenuata, continua, corrotta del piacere a tutti i costi. Non è questo che si ripete ogni giorno? E allora chi si stupisce se le ragazzine vanno vestite come prostitute? E come stupirsi se i ragazzini, molto precocemente, desiderano violentarle?

Come stupirsi se giovani educati al tutto e subito si disperano perché la vita non mantiene le promesse, e sfogano la delusione e il risentimento gettandosi in tunnel di disperazione?

Il Papa, che Domenica parlava all'Azione Cattolica, di fronte a una tanto grave emergenza educativa ha invitato coloro che amano la Chiesa ad essere annunciatori instancabili ed educatori "preparati e generosi"; ad essere "testimoni coraggiosi e profeti di radicalità evangelica"; ad "allargare gli spazi della razionalità nel segno di una fede amica dell'intelligenza".

Nel deserto di oggi, oasi di speranza e di felicità autentica, di impegno responsabile ed attivo e di accoglienza, sono quelle realtà comunitarie create da coloro che amano Cristo e la Chiesa. La salvezza del mondo attuale è ancora una volta affidata a quei figli della Chiesa che con abnegazione s'impegnano a creare realtà nelle quali Cristo è presente ed operante, e trasforma i cuori e canalizza le energie e la creatività verso le opere buone.

E' uno sforzo immane, nel relativismo e nell'edonismo imperante, affidato a gente semplice che fa dono, a volte oltre le proprie forze, di quel poco che sa dare.

Magari è gente che non entrerà mai nella lista ufficiale dei potenti di questo mondo. Ma la vera potenza è proprio nelle loro mani.

Gianluca Zappa

 

postato da: gianlucazappa
categorie: cultura, giovani, papa, attualitĂ , societĂ 
commenti: commenti (8) | commenti (8)(popup)

martedì, 06 maggio 2008,20:29

Sull’Avvenire di domenica 3 Maggio ci si interrogava, in un breve articolo non firmato, sulla strana solitudine di Vincenzo Visco: i redditi degli italiani sono infatti finiti su internet e nessuno si è assunto la responsabilità politica dell’iniziativa, quasi che il vice-ministro fosse un uomo senza governo e senza partito. Non è tuttavia la prima volta che qualcosa di simile accade. Anzi…

Si ricorderà il colpo di testa di Fabio Mussi sulla questione del consenso italiano alle ricerche distruttive degli embrioni in Europa, si parlò allora di un’iniziativa unilaterale del ministro, però nessuno si assunse la responsabilità di contraddire tale decisione nei fatti. Chi aveva sentito puzza di imbroglio ebbe conferma dei propri peggiori sospetti quando lesse il secco commento del ministro Bindi: “non ho motivo di dubitare che si tratti di una decisione collegiale”.

Recentissimo è invece il colpo di coda di Livia Turco, che ha atteso proprio le ultime ore del suo mandato per varare le tanto contestate “linee guida applicative della L. 40” che spianano la strada alla soppressione degli embrioni malati o presunti tali. Un provvedimento che contraddice clamorosamente le finalità della legge. Anche in questo caso l’iniziativa è stata assunta dalla titolare di un dicastero senza che si sia sentita una sola parola da parte di altre autorevoli figure del suo governo.

Pesa invero in tali circostanze il silenzio, anzi la completa scomparsa, del presidente del Consiglio uscente. In questi giorni Prodi è però intervenuto all’assemblea radicale di Chianciano dove ha preso la parola per rivendicare i meriti del suo esecutivo, ha parlato tuttavia delle sole questioni economiche quasi che si trattasse di un ministro dell’Economia e non del presidente del Consiglio, responsabile dell’azione di governo in tutti i suoi diversi e molteplici aspetti.

Non ho condiviso (e si sarà capito) del governo Prodi i tentativi di far passare leggi come quelle sui DiCo e sul testamento biologico, il tentativo di assimilare il concetto ambiguo di “discriminazione di genere” alle violenze contro le donne e i minori, per non parlare delle linee guida che stravolgono la L. 40 o delle campagne a favore dei vari tipi di pillola abortiva, ma ancor meno ho condiviso questo “stile”, questo procedere, su temi importanti per il nostro futuro di civiltà, secondo percorsi ben poco limpidi che rispondono probabilmente ai classici canoni di un ipocrita “gioco delle parti”.

Una seria riflessione sulle cause della sconfitta all’interno del centrosinistra non dovrebbe trascurare questi aspetti.

 

Stefano

postato da: ferrloren
categorie: politica, comunismo, dico, elezioni, attualitĂ , ideologia
commenti: commenti (1) | commenti (1)(popup)

venerdì, 02 maggio 2008,07:05

Una cosa riesce certamente bene ai sindacati italiani: l'organizzazione del mega concerto del 1° Maggio. E pazienza se molto spesso si tratta di un minestrone a base di vecchia cultura di sinistra (da Piero Pelù che canta per Enrico Berlinguer, all'immancabile riedizione di "Bella ciao"), che fa anche tenerezza in tempi in cui la sinistra non piace nemmeno più. Si tratta pur sempre di un bel concertone in grande stile, capace di attirare migliaia di persone.

E' una vetrina, una specie di enorme spot pubblicitario, che serve alla triplice sindacale a rafforzare la propria immagine e a rilanciare la propria credibilità. Un po' in crisi, ultimamente. Sembra infatti che i sindacati siano in forte calo di consenso presso i lavoratori, che non siano più considerati credibili, efficaci, utili al vero sviluppo del Paese.

Sono ancora fresche le dichiarazioni di Luca di Montezemolo che li ha definiti "una casta di professionisti del veto" e ha poi aggiunto: "I lavoratori non si sentono più rappresentati da forze incapaci di dare risposte vere ai loro problemi concreti". Un atto di accusa piuttosto forte e del tutto giustificato, se pensiamo a come hanno gestito la riforma dello scalone e la trattativa con Air France. I

 sindacati appaiono sempre di più come delle forze conservatrici, in difesa di posizioni di potere e di privilegio di cui loro stessi beneficiano.

Sono l'ottavo gruppo italiano per giro d'affari (un miliardo l'anno) e dipendenti. Ne hanno circa 20.000. ma questo è niente rispetto all'esercito dei delegati sindacali: ben 700.000! Un numero impressionante di soggetti che vengono pagati dallo Stato o dalle imprese e che regolarmente si sottraggono per un certo monte ore (in totale un milione di giornate lavorative all'anno), per svolgere attività sindacale. E pare che in questo esercito non ci sia rotazione, ma che la tendenza sia quella di occupare l'ambito posto di delegato sindacale per tutta la vita lavorativa. Ne ho già parlato: in una scuola pubblica, per esempio, il delegato è solitamente quello che è in tutt'altre faccende affaccendato, rispetto all'incarico lavorativo che ricopre. Politica sindacale molta. Produttività minima. Sono 700.000 in tutta Italia!

I Sindacati costano al sistema-Paese qualcosa come due miliardi anno. Hanno privilegi, proprietà, potere. E finalmente qualcuno, in tempi di sberleffi alle varie caste, si è deciso a smascherarli. Questo qualcuno si chiama Stefano Liviadotti, è un giornalista dell'Espresso, e ha scritto un libro edito da Bompiani, L'altra casta. Lì ci sono molte altre informazioni su questa piovra che ha esteso i suoi tentacoli sull'Italia.

C'è però ancora in giro una specie di strano riflesso condizionato, per il quale il sindacato non si può mettere in dubbio. Il sindacato è sacro, è intoccabile. E' una specie di dogma, reso tale anche da una storia gloriosa. Il sindacato (esattamente come qualche tempo fa anche la sinistra) è qualcosa sul quale non si può sparare. E' per definizione il luogo in cui si muove chi fa inevitabilmente l'interesse collettivo, chi si batte per le cause più giuste e nobili.

Sarà forse per questo che, come nota Pietro Calabrese sul Magazine del Corriere della sera, i rappresentanti dei lavoratori, messi sotto accusa, si offendono e protestano, ma non entrano mai nel merito. Alle critiche di Montezemolo, per esempio, hanno risposto con battute e con slogan, senza però controbattere niente di veramente concreto. Incassando, del resto, le puntuali frasi di solidarietà del mondo politico: da Calderoli ("Niente regolamento di conti") a Franco Marini ("Nessuno disconosca il ruolo del sindacato") a Fioroni ("Il sindacato è indispensabile").

Il sindacato non si tocca, sul sindacato non si discute. Il sindacato è indispensabile. Tutti in trincea. E così i sindacati possono permettersi di sorvolare, di non rispondere nemmeno, di farsi beffe di chi li critica e di chi vuole mettere in dubbio non la loro esistenza, ma il sistema di potere che hanno messo in piedi. Il fatto, insomma, di essersi trasformati in una casta.

Ho la sensazione che presto faranno la fine di certa sinistra italiana: fino a ieri sacra, intoccabile, superiore a tutto e a tutti. Oggi uscita di scena e direi crollata in maniera tanto miserabile da aver colto di sorpresa e del tutto impreparati i suoi stessi militanti.

Io penso che Montezemolo abbia ragione: i sindacati, esattamente come la sinistra di cui si diceva, stanno perdendo la capacità di avere un contatto reale con il Paese. Sono una retroguardia più che un'avanguardia. Faranno bene ad accorgersene per tempo e a cambiare rotta, se non vorranno ritrovarsi, più presto di quanto non si creda, tagliati fuori.

Gianluca Zappa

 

postato da: gianlucazappa
categorie: politica, attualitĂ 
commenti: commenti (2) | commenti (2)(popup)

domenica, 27 aprile 2008,15:06

Dai rapporti top-secret del Dipartimento di Stato e del Ministero della Difesa degli Stati Uniti d’America emergono tre possibili scenari: tutti e tre danno per scontato il prevalere del Fronte Popolare (l’alleanza incoraggiata da Stalin tra i Comunisti ed i Socialisti italiani) ed il possibile conseguente passaggio del paese al blocco sovietico! La conquista di una netta maggioranza attraverso il voto è un'ipotesi che lo Stato Maggiore italiano (come riferisce il rapporto americano) considera addirittura “molto probabile”, così come è giudicato probabile che i socialcomunisti ottengano almeno una maggioranza relativa. In quest’ultimo caso si reputa probabile un aiuto al Fronte Popolare “dall’esterno” e l’attuazione di un vasto piano di “scioperi ed agitazioni politiche” con episodi di “ribellione armata” al fine di premere sul capo dello stato Enrico De Nicola per la nomina di un governo favorevole ai comunisti. La terza ipotesi è quella di una vasta insurrezione armata (sempre sostenuta dall’esterno) seguita dalla proclamazione di un cosiddetto “governo legittimo” da insediarsi nel nord della penisola e destinato ad essere riconosciuto dall’URSS e dagli altri paesi comunisti (come nel caso dell’esperienza greca). Nella prospettiva geopolitica dell’URSS controllare l’Italia significava non solo stabilire un saldo controllo sul Mediterraneo, ma anche isolare dall’Occidente paesi a rischio come la Turchia e la Grecia (dove imperversa una feroce guerra civile).

Colpisce in questi rapporti la disposizione da parte degli Stati Uniti ad accettare il responso delle urne, infatti ogni ipotesi di reazione riguarda unicamente il caso in cui i comunisti avessero colpito in forme violente i partiti avversari al fine di imporre una vera e propria dittatura. A fronte di ciò De Gasperi, anch’egli disponibile ad accettare il responso delle urne se non determinato da atti di forza, si adoperava invece per ottenere da Washington e da Londra una deroga alle severe condizioni del trattato di pace ed il riarmo dell’esercito italiano. Le richieste di De Gasperi si scontravano con un  muro d’ostilità presso le autorità militari americane, e solo tardivamente il presidente Truman avrebbe acconsentito ad un limitato invio di armamenti, tale da non soddisfare appieno le richieste italiane.

Queste vicende chiariscono probabilmente il reale significato di altre più o meno note. All’indomani della Liberazione e, in alcuni casi, anche prima, numerose figure eminenti della resistenza non  comunista (per lo più esponenti cattolici) sono eliminati in circostanze talora rimaste oscure per molti anni. Mario Simonazzi, comandante partigiano della 76ma Brigata SAP, una delle figure più carismatiche della Resistenza nel Reggiano, viene assassinato a pochi giorni dalla conclusione delle ostilità. Gli assassini sono alcuni partigiani comunisti (esponenti dei GAP?) che saranno fatti espatriare alla volta della Cecoslovacchia con la copertura del PCI. Giorgio Morelli, iniziatore dei famosi “Fogli Tricolore” (i primi volantini di propaganda antifascista diffusi dalla Resistenza) e giornalista de “La Penna” (il foglio clandestino delle Fiamme Verdi) è ucciso fuori dell’uscio di casa da partigiani comunisti, il 27 gennaio del 1946. Notevole è anche il caso della liquidazione della Divisione partigiana “Osoppo”, da parte dei comunisti delle locali Brigate Garibaldi a Porzûs. In questa circostanza sono assassinati Francesco De Gregori, zio del noto cantautore e comandante della formazione, Gastone Valente, esponente repubblicano e commissario politico, Guido Pasolini, fratello del poeta Pier Paolo. Sappiamo che la “Osoppo” presidiava proprio la “soglia di Gorizia” e che non aveva accolto la proposta di assecondare i piani finalizzati ad una penetrazione di formazioni iugoslave nel Friuli.

Quest’ultima vicenda ci riconduce a quell’ “aiuto esterno” tanto atteso dai comunisti italiani, cui si riferiscono anche molti rapporti esaminati da Sechi. E’ questo lo scenario di gran lunga più temuto: un possibile intervento militare dalla vicina Jugoslavia, governata con pugno di ferro dal maresciallo Josip Broz, detto Tito. A differenza dell’Italia, la Jugoslavia era una delle potenze vincitrici del conflitto, favorita pertanto nel rifornimento di equipaggiamenti militari sia da parte dei Sovietici che da parte degli Alleati, inoltre le sue forze combattenti erano state superbamente organizzate da un capo militare indubbiamente d’eccezione quale era Tito. Le forze jugoslave pertanto non avrebbero avuto alcun problema, in quella fase storica, a travolgere l'esercito italiano e ad impadronirsi di importanti località strategiche, così da tagliare in due l'Italia. Rimini, Ancona, la base aerea di Foggia e la città di Trieste erano gli obiettivi principali. Il PCI, nel frattempo, sarebbe insorto laddove la presenza della propria organizzazione clandestina risultava più forte ed opportuna: in Emilia (oltre 21.000 uomini armati), in Lombardia (13.000), in Veneto (7.000); ma anche in Campania (6.500), in Piemonte (5.500), nelle Marche (5.000), in Umbria (5.000).

(fine della seconda parte)

Stefano

postato da: ferrloren
categorie: cultura, politica, comunismo, storia, diritti umani, ideologia
commenti: commenti (7) | commenti (7)(popup)

sabato, 26 aprile 2008,12:29

Nella mia disamina a caldo sull'ultimo risultato elettorale, ho fatto un'omissione piuttosto grave. Magari più di una,direte, ma c'era un argomento del quale bisognava parlare e non ho parlato a sufficienza. Rimedio subito.

Uno dei più grandi trombati delle ultime elezioni è stato Beppe Grillo. L'uomo del vaffanculo ai politici e all'umanità intera puntava su due obiettivi: non mandare la gente alle urne, oppure votare il suo partitino. Fallimento completo. La gente è andata a votare con una percentuale estremamente significativa. Il calo c'è stato, ma l'affluenza italiana alle urne è molto alta. Di certo non c'è stato il rigetto da casta politica, come Grillo sperava. E i suoi candidati? Hanno raccolto voti, ma in misura molto limitata. E penso che anche un Fiorello, se avesse messo su il suo partitino, avrebbe preso più voti.

Insomma, gli italiani hanno dimostrato di fidarsi più di altri che di Grillo. Nella cui mente, e in quella dei suoi seguaci, credo che noi italiani facciamo la figura o dei fessi o dei collusi con l'establishment politico.

Ci penserà lui con le sue manifestazioni di piazza a convertirci. O magari col suo blog.

Ecco, il blog. Io penso che Beppe Grillo sia una vittima di Internet. Un po' lo è stato anche Giuliano Ferrara, vittima di Internet e del suo giornale. Non basta ricevere mail di sostegno, di incoraggiamento, di approvazione su Internet. Non basta cantarsela e suonarsela sul web. Quello è un mondo virtuale. Quando passi al mondo reale le cose vanno diversamente. Grillo e Ferrara hanno creduto di essere più di quello che realmente erano e sono. Un po' come noi, a volte, crediamo che tutto il mondo s'interessi a quanto scriviamo sul blog. In realtà noi siamo un gocciolina nel mare. Grillo e Ferrara sono gocce più grosse, ma sempre gocce.

Ieri Grillo è tornato in piazza a gridare il suo vaffanculo. C'erano quindicimila persone. Pubblicità mediatica garantita (ne hanno parlato tutti). Ma questa pubblicità, questa benedizione televisiva, rischia di sovradimensionare il fenomeno. Quindicimila persone sono poca cosa per uno show man che offre uno spettacolo gratuito in piazza. E' un po' lo stesso che capita quando i radicali fanno un'iniziativa: sono sempre quattro gatti, ma la telecamera stretta sull'intervistato ti fa credere chissà che cosa. Poi, quando vai a votare, i nodi vengono al pettine.

Dunque Grillo è stato sonoramente trombato. Va detto e va rilevato con tutta franchezza. Il fenomeno Grillo si è mostrato per quello che è. I voti veri, quelli pesanti, sono andati altrove. E la gente ha dimostrato di avere ancora fiducia. Fessi o collusi che fossero, gli italiani ci hanno creduto ancora. E per cambiare, per mandare meglio l'Italia, non, si sono fidati di Beppe Grillo e dei suoi vaffanculo urbi et orbi. Perché, in fin dei conti, l'uomo del vaffanculo non ha alcuna credibilità, non ha fatto realmente niente di buono e di importante nella vita. Per sè e per gli altri. Fessi o collusi che fossero, gli italiani hanno piuttosto dimostrato di saper valutare. Dalle urne è uscito un risultato netto che grida: "Vogliamo che qualcuno, finalmente, governi questo Paese e prenda le decisioni che servono a tutti". Dopo due anni di tragico immobilismo, due anni che hanno consegnato la ribalta ai vaffanculisti e agli anti-casta.

Sia chiaro, non siamo affatto a favore delle caste politiche e sindacali, anzi. E non tutto ci convince. E anche noi staremo curiosi e critici alla finestra a guardare quello che succederà col nuovo governo. Ma in ogni caso non ci lasceremo abbindolare dai nuovi profeti del vaffanculo. Non ci piace il loro linguaggio, il loro moralismo, il loro programma distruttivo.

Sinceramente, non ci divertono nemmeno.

Gianluca Zappa

postato da: gianlucazappa
categorie: politica, attualitĂ 
commenti: commenti (30) | commenti (30)(popup)

giovedì, 24 aprile 2008,08:36
Ho saputo ieri che Susy, una ragazza di 16-17 anni che ho avuto modo di conoscere, ha abortito. Il suo nome non è ovviamente Susy. La chiamerò così perché questo è un nome che per me vuol dire molto. Quando ero ancora un liceale, dedicai una canzone ad una immaginaria Susy. Molti anni dopo, "La piccola Susy" sarebbe diventata un racconto. Nel quale parlavo proprio di una sedicenne alle prese con l'aborto. Ora per me Susy è diventata una persona reale, in carne ed ossa.

Susy, dunque, ha abortito. Diciamo meglio e con più onestà: l'hanno fatta abortire. A quell'età, con un problema così grosso che ti arriva addosso, la tua volontà conta molto poco. Tutto il mondo ti frana sulla testa. Il problema resta in famiglia, i panni sporchi si lavano in casa; non c'è nessun amico autorevole che ti possa aiutare. O almeno tu, nella tua vergogna e nella tua disperazione, la pensi così. E lo pensano anche i tuoi genitori e i parenti. La soluzione che ti si prospetta è una sola. Altro che libertà.

E così in casa di Susy è entrata la morte. Una morte ben più angosciosa e orribile di quella che entra in casa alla morte di un parente. Questa è una morte diversa, di cui ci si sente responsabili, malgrado tutte le giustificazioni che uno cerca di trovare. In casa di Susy i rapporti, d'ora in poi, non saranno più gli stessi. Il senso di oppressione, di controllo, di mancanza di libertà che soffoca gli adolescenti e li mette contro i genitori è un nulla rispetto al risentimento che nasce dalla complicità in un'azione sporca, terribile. La morte è entrata nel cuore di Susy.

Ma Susy era morta già prima. L'ho conosciuta e lo so. Nei suoi occhi solo raramente ho visto accendersi la gioia e l'entusiasmo. Lei stessa mi confessava che la sua vita è noiosa, spenta, grigia. Triste, insomma. Sigarette, bar e ragazzi. Tutto qui. Come si fa a vivere così? Eppure per la stragrande maggioranza dei giovani sembra questa l'unica vita possibile. Problemi a scuola (poca voglia di studiare), qualche brivido con la "roba", inappetenza (sarà anoressia?)… e poi gli occhi. Lo vedi subito quando una persona è "fuori di sé", letteralmente.

Susy vive, ma "fuori di sé". Non sa chi è, non sa cosa vuole. Si trascina nel mondo.

Peccato, perché Susy sarebbe una ragazza speciale, eccezionale. Io lo so, perché la conosco.

E ne conosco moltissime di Susy. Le vedo tutti i giorni. Sigaretta, atteggiamento sguaiato e aggressivo, calzoni che calano, mutandine che fuoriescono. Ce ne sono altre che vestono più castigate, ma sono ugualmente fuori di sé, col pensiero continuamente occupato dalle cretinate che leggono su Cioè (con le sue istigazioni a perdere il prima possibile la verginità), sulle rivistine coi loro idoli musicali, o che assorbono e deglutiscono dalla televisione. Le ho viste abbrancare il primo ragazzotto che capita a tiro. Con una fretta da prostitute. Con la differenza che queste sanno quello che fanno, mentre loro s'illudono che sia "amore".

Giocano, scherzano col fuoco e non se ne rendono conto.

Io, mesi fa, sono stato vicino a Susy. Ho cercato di farle intravedere un mondo diverso. Per un po' mi ha anche seguito. Ma quale fascino volete che abbia un quarantenne che ti richiama ad un impegno con la vita, con te stesso, con gli altri? Quale fascino duraturo, intendo? La vita di Susy è immersa in un letame disumano. A scuola, in casa, con gli amici è un continuo lavaggio del cervello: sesso, droga, successo. Forse non sono stato in grado di offrirle una compagnia stabile. O ci sarebbe forse voluto un amico della sua stessa età. Ma questi amici, questi ragazzi disposti a mettersi insieme in una specie di  salvation army non si trovano. Quelli "bravi" (i giovani ricchi di oggi) sono tutti impegnati a restare bravi. Pensano solo a sé. Non puoi fare affidamento su di loro.

E così Susy ha fatto quel che ha fatto. Qualcuno in questi casi giustifica l'aborto con la tipica domanda: "Che vita farebbe quella ragazzina? Che vita farebbe suo figlio?". Nessuno che chieda mai che vita sarà dopo l'aborto. Nessuno che pensi a Susy mentre si guarda allo specchio, mentre si guarda il ventre, mentre incontra lo sguardo di sua madre e di suo padre, mentre guarda il ragazzo che l'ha messa incinta. Chissà come saranno i suoi occhi. Chissà come saranno i suoi pensieri.

Io l'ho conosciuta e sono convinto che, paradossalmente, il bimbo che le hanno fatto abortire l'avrebbe aiutata a ritrovare se stessa, l'avrebbe liberata, l'avrebbe salvata.

Oggi posso solo pregare per lei.

Gianluca Zappa

postato da: gianlucazappa
categorie: giovani, aborto, attualitĂ 
commenti: commenti (6) | commenti (6)(popup)

martedì, 22 aprile 2008,20:18

Quali erano le preoccupazioni di Alcide De Gasperi all’indomani della fine della guerra? Lo sappiamo: lo sviluppo delle istituzioni democratiche, la ripresa economica di un paese prostrato, il pane e la casa per le popolazioni ridotte alla miseria dal conflitto. Ma non c’era solo questo. De Gasperi aveva informazioni riguardo alla concreta possibilità di un’insurrezione comunista finalizzata alla presa del potere tra l’autunno del ’47 e la primavera del ’48. Un retroscena che solo ora viene alla luce grazie alle ricerche di Salvatore Sechi pubblicate sulla rivista "Critica Sociale". Lo storico si è servito di documenti inediti provenienti dal Dipartimento di Stato e dagli archivi del Ministero della Difesa degli USA.

Per capire le ragioni di questa preoccupazione per il futuro del paese si deve far riferimento al preciso contesto storico dell’immediato dopoguerra. Nei Paesi dell'Est, si erano già tenute delle consultazioni elettorali, ma in un modo o nell’altro le formazioni comuniste (sostenute dall’Unione Sovietica) avevano liquidato tutti i partiti avversari. Queste vicende non erano un mistero per nessuno. De Gasperi sapeva inoltre che i comunisti italiani avevano a disposizione un apparato clandestino più forte di quello dell'esercito italiano, ridotto ai minimi termini non solo a causa della guerra, ma anche a causa delle severe clausole del trattato di pace. L’Italia era infatti un paese sconfitto e costretto ad accettare un’umiliante “resa incondizionata”. I vertici militari riferivano al capo dello Stato che l’esercito italiano poteva contare su una forza di soli 50.000 uomini armati, non in grado pertanto di far fronte al duplice compito di mantenere l’ordine pubblico e trattenere sulla “soglia di Gorizia” una possibile forza di invasione dall’est. Dall’altra parte, la forza militare comunista (oggi lo sappiamo) contava più di 75.000 uomini armati. Queste circostanze spinsero De Gasperi, nell'autunno del 1947, a rinviare le elezioni fino all’aprile del 1948 e a far pressioni presso l'Allied Control Commission per ottenere un rinvio del previsto rimpatrio delle truppe anglo-americane già destinate a lasciare il territorio italiano novanta giorni dopo la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. De Gasperi si mostrò in questo più avvertito degli stessi vertici diplomatici e militari alleati.

Ma era davvero attendibile lo scenario di un’insurrezione armata? Nel periodo recente sono state riconsiderate anche numerose circostanze che sembrano indicare come possibile questa eventualità. Una nuova organizzazione, il Cominform, collegava adesso, per la prima volta, in un unico organismo di controllo, i partiti comunisti già al potere e quelli ancora all'opposizione in Europa. Inoltre, nel corso della conferenza costitutiva di questa organizzazione, tenutasi in Polonia a Szklarska Poreba, il 22 settembre 1947, i comunisti italiani e quelli francesi erano stati messi sotto accusa a causa di una linea politica giudicata troppo attendista e legalitaria con l'ordine di spingere verso una radicalizzazione del conflitto politico nei rispettivi paesi. Le critiche più dure erano state formulate dalla delegazione jugoslava, ma è noto che dietro questo attacco c’era l’incoraggiamento del rappresentante sovietico Zdanov. Del fatto che tali orientamenti fossero effettivamente recepiti troviamo prove significative negli avvenimenti di poco successivi del nostro paese. In una nuova serie di articoli, su Rinascita e sull’Unità, alcuni esponenti della Direzione nazionale del PCI (come Emilio Sereni) scendevano in campo contro le cosiddette “illusioni parlamentari”; si trattava di segnali, solo appena velati, rivolti al popolo comunista e all’apparato clandestino del partito… Al tempo stesso si assisteva al rilancio di una forte iniziativa di piazza con la moltiplicazione esponenziale delle cosiddette “lotte di massa”. Si veniva a determinare così uno scenario di tipo “pre-insurrezionale” in vista di un possibile scontro alla data del voto. Come aveva affermato Luigi Longo, delegato del PCI alla conferenza di Szklarska Poreba, i comunisti italiani si erano comunque adoperati per non consegnare le armi alle autorità alleate, ma le avevano messe da parte in vista del “possibile momento opportuno”.

Si è già detto dell’elevato numero di combattenti che il partito comunista sarebbe stato in grado di mobilitare. Non tutti gli uomini erano tuttavia allo stesso modo preparati e fidati. In caso di insurrezione un ruolo decisivo sarebbe stato svolto dai reparti d’elite dei GAP (Gruppi Armati Proletari) concentrati nei grandi centri urbani, con elevata presenza di personale esperto in tecniche di sabotaggio e guerriglia. Una delle missioni dei GAP sarebbe stata l’eliminazione, nelle realtà locali di competenza, di tutte le personalità riconducibili a forze sociali e partiti politici non comunisti, la medesima sorte sarebbe toccata ai responsabili locali del governo, ai religiosi e ai responsabili delle forze dell’ordine. All’azione dei GAP avrebbe fatto seguito la mobilitazione delle formazioni militari comuniste (Brigate d’Assalto Garibaldi), una miriade mal definita di “Divisioni”, “Brigate” e “Battaglioni”, comprensive di un personale più numeroso e giovane, ma anche meno sperimentato e sommariamente equipaggiato. Riguardo all’equipaggiamento della forza clandestina del PCI, emerge un quadro allarmante: numerose armi individuali nascoste presso le abitazioni private ed armi pesanti smontate ed occultate in genere presso i nodi stradali e le stazioni ferroviarie. Non mancano equipaggiamenti sofisticati come gli anticarro, gli esplosivi, i mortai e persino alcuni carri armati. Quel che scarseggia sono le munizioni e per tale ragione si sarebbe ricorsi ad integrazioni di materiale fornito dalla Jugoslavia e trasportato clandestinamente in Italia attraverso l’Adriatico, una frontiera poco o nulla presidiata. A Spalato in particolare, secondo le informazioni di rifugiati che avevano attraversato la frontiera con l’Italia, sarebbe stato ubicato il centro delle armi e del materiale propagandistico destinato al PCI. La logistica di questo esercito sarebbe stata infine assicurata dalle cooperative e dai sindacati dell’Emilia in grado di provvedere per molti mesi a forniture di prodotti alimentari, veicoli, benzina, lubrificanti, raccolti in grandi quantità presso i magazzini delle cooperative e negli stabilimenti di trasporti.

(fine della prima parte)

Stefano

 

postato da: ferrloren
categorie: cultura, comunismo, chiesa, religione, storia, elezioni, cattolicesimo, ideologia
commenti: commenti (1) | commenti (1)(popup)

lunedì, 21 aprile 2008,16:59

Bene, pare che Benedetto XVI abbia superato l’esame americano. C’è stato affetto, ammirazione, attenzione alle sue parole, insomma, quell’abbraccio “caldo” che i soliti commentatori bene informati mettevano in dubbio. In realtà questo Papa pare fatto apposta per spazzare via i luoghi comuni. I cattolici, orfani del grande carisma di Giovanni Paolo II, secondo costoro avrebbero dovuto ammosciarsi, perdere entusiasmo. E invece no: piazza San Pietro è sempre gremita e la gente a questo Papa vuole davvero bene. Anche se non rientra negli schemini dello schizzinoso mondo neo modernista.

La cosa si è ripetuta negli USA. Benedetto XVI vi è arrivato in sordina e se ne è andato dopo aver lasciato un segno forte e visibile. Ha preso di petto il problema della pedofilia, parlando chiaro e tondo a vescovi e cardinali. Ha incontrato le vittime dei preti pedofili scusandosi di fronte a loro e umiliandosi a tal punto da sconvolgerle e riconciliarle con la Chiesa. Ha tenuto un magistrale intervento all’Onu (che andrebbe letto, riletto e approfondito), ricevendo l’apprezzamento generale.

Ha pregato a Ground Zero, in un silenzio solenne e commosso.

 “Calore, candore e compassione”, sono le caratteristiche di Benedetto XVI notate da Bill Bennett, uno dei pensatori cattolici più influenti, il quale ha aggiunto che questa visita “è servita a introdurre all’America un Papa che amava il suo predecessore, ma non conosceva lui. La sua venuta era stata preceduta da voci sulla sua presunta durezza, ideologica ed umana. Voci sotterrate per sempre”.

In effetti è un vecchio vizio quello dell’establishment culturale di costruirsi un bersaglio, secondo le proprie pretese visioni, e poi dargli addosso. Benedetto XVI è il Papa antico, anticonciliare, quello-che-porta-la-Chiesa-indietro-di-decenni, quello chiuso e poco comunicativo etc. etc. Certo, non è Giovanni Paolo II, ma è bene e bello che sia così. Anche perché l’attenzione si sposta da quello che fa a quello che dice. E quello che dice ha un suo peso specifico notevole.

Un ottimo esempio di puzza sotto il naso è quello di Susan Sarandon, la protagonista di Thelma & Luise, di cui trovo oggi un’intervista sul Corriere della sera. La Sarandon, autoproclamatasi portavoce dei cattolici americani, sostiene che “il gregge cattolico americano non si riconosce né in questa Chiesa né in questo Papa”. E sapete perché? E’ quasi banale dirlo: la Chiesa cattolica rimane “retrograda e fuori dal tempo”. E sapete ancora perché? Perché è contro l’aborto, per la sua “dura posizione nei confronti dell’omosessualità”, per “l’anacronistico celibato dei preti” e per il “dannoso atteggiamento di chiusura rispetto agli anticoncezionali”. Per non parlare, poi, del “rifiuto della ricerca sulle staminali”.

Quello della Sarandon è solo un elenco di slogan, di frasi fatte, peraltro piuttosto grossolane e imprecise, che denotano una superficialità da paura nell’approccio a certi problemi gravissimi e complicati. Nell’intervista le si obietta che però l’accoglienza è stata trionfale ovunque. Possibile che una che parla a nome di tutta la Chiesa cattolica americana non se ne sia accorta? La risposta è da manuale: “Sarà” (bellissimo questo dubbio schizzinoso davanti al fatto di folle festanti), “ma il papa e l’America appartengono a millenni diversi” (l’attrice ormai si ritiene l’incarnazione dell’America intera!) “e nessuno dei due con questa visita è riuscito a convertire l’altro. Il mondo ha bisogno di spiritualità pratica, come quella esercitata da Elen Prejean, la suora che ho interpretato nel film Dead Man Walking”.

Capito? Siccome il Papa non è conforme al modello di un personaggio da film da lei interpretato, per la Sarandon è fuori dalla storia! Roba da pazzi!

Questi, ragazzi, sono i veri cattolici che hanno la pretesa di insegnare al Papa. Questa è la puzza sotto al naso dei cittadini di una repubblica del benessere, che vorrebbe imporre all’umanità intera la nuova morale individualista e utilitarista, in fondo governata da un’elite di fortunati.

Sono quelli che mentre guardano le folle semplici e festanti intorno al Papa storcono il naso e ripetono il loro “sarà…”. Gente fuori dalla storia. Fuori dalla realtà.

Gianluca Zappa

postato da: gianlucazappa
categorie: chiesa, papa, attualitĂ 
commenti: commenti (3) | commenti (3)(popup)

sabato, 19 aprile 2008,08:57
 Era l'Anno Domini 1665. Uno scrittore turco, Evliya Çelibe, era in visita a Vienna e vide una scena che per lui, islamico, aveva dello "spettacolo straordinario". Ecco la sua testimonianza:

"Ogni volta che l’imperatore incontra una donna per strada, se è a cavallo fa fermare il cavallo e la lascia passare. Se l’imperatore è a piedi e incontra una donna, assume una posa di riguardo. La donna saluta l’imperatore, il quale allora si toglie il cappello in segno di rispetto per la donna. Dopo che la donna è passata l’imperatore continua per la sua strada. È veramente uno spettacolo straordinario. In questo paese e in generale nelle terre dei miscredenti le donne hanno l’ultima parola. Sono onorate e rispettate per amore della Madre Maria" (cit. in Bernard Lewis, Il suicidio dell’Islam, Saggi Mondadori).

Uno spettacolo davvero straordinario, inconcepibile, per un islamico, questo rispetto portato ad una donna. Sono passati più di quattrocento anni. Nell'Occidente sono accadute molte cose. In diverse parti del mondo islamico la condizione della donna è sempre la stessa.

L'ultima notizia è di questi giorni: una ragazzina islamica di otto anni ha chiesto il divorzio dal marito trentenne alla quale è stata venduta. Sì, proprio venduta: è costume di quella gente vendere le figlie ad un uomo molto più anziano. Da quel momento le ragazzine diventano proprietà dell'uomo, che può fare con loro e di loro quello che vuole. In realtà la legge vorrebbe che l'unione sessuale avvenisse solo quando la ragazza ha raggiunto la maggiore età. Ma nessuno controlla e le famiglie delle ragazzine si limitano ad invitarle a "sopportare" gli abusi del marito.

In pratica siamo di fronte ad una pedofilia legalizzata. Una barbarie, un'evidente violazione della libertà di un individuo. Conviviamo con la schiavitù, che consideravamo abolita dalla faccia della terra. Barbarie, certo… ma siamo autorizzati ad usare questo termine?

No, secondo l'umanista e filosofo francese Michel de Montaigne, che nel 1580, intervenendo nel dibattito sulla questione degli indios americani, scriveva: "Ognuno chiama barbarie quello che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l'esempio e l'idea del paese in cui siamo. Ivi è sempre la perfetta religione, il perfetto governo, l'uso perfetto e compiuto di ogni cosa". Un bell'esempio di relativismo culturale, oggi molto diffuso.

Montaigne impartiva queste lezioni di tolleranza dal suo studio di umanista. Degli indios americani, delle loro abitudini, sapeva solo quello che gli era stato riferito da altri. Non aveva visto coi suoi occhi i terribili sacrifici umani degli aztechi; non aveva visto scene orribili di antropofagia. Non c'era la televisione a quel tempo, non c'era internet.

Noi oggi vediamo, conosciamo, sappiamo. In tempo reale. Davanti al caso della ragazzina islamica, seguendo la ricetta di Montaigne, dovremmo solo sospendere il giudizio, non permetterci di dire alcunchè, al limite (trovandoci nella situazione di poter fare qualcosa) voltarci dall'altra parte, non prendere posizione, rispettare la cultura degli altri. Perché permettersi, infatti, di intervenire, se nel momento in cui lo facciamo stiamo solo agendo secondo la "nostra" verità, la "nostra" cultura?

Il relativismo culturale ci vuole imporre di rinunciare alla nostra ragione, nel momento in cui ci dice che noi non possiamo conoscere, nemmeno per approssimazione, la verità sull'uomo. Non esiste una verità, ma solo delle opinioni, delle diverse interpretazioni, tutte sullo stesso piano, tutte con lo stesso valore. E' in fondo il convincimento di Nietzsche, che scriveva: "E' un'ipotesi completamente oziosa quella che le cose abbiano una consistenza in sé, del tutto astratta dalla interpretazione e dalla soggettività".

In realtà il relativismo culturale funziona finchè si ragiona in astratto sui libri. Di fronte alla realtà, di fronte a un caso concreto, il relativismo culturale cade con tutto il suo castello di carte. Chi accuserà Madre Teresa di Calcutta di non essersi rassegnata al sistema della caste indù, di essersi opposta a quella cultura per portare un nuove germe, più umano, più adeguato alla dignità dell'uomo? E perché aiutava quella gente? A partire da quale cultura? Da quali convincimenti? Ed era più umano il suo atteggiamento o quello di chi abbandonava e abbandona i paria al loro destino?

Non possiamo trincerarci dietro una comoda sospensione del giudizio. Né vergognarci di quello che la nostra cultura occidentale ha faticosamente elaborato, grazie soprattutto al cristianesimo che l'ha innervata e plasmata e che ci ha ripetuto un annuncio liberante: l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio e tutti gli esseri umani hanno uguale valore e dignità. E' questo il valore trascendente della persona umana.

E' precisamente quello che ha sottolineato Benedetto XVI nel suo discorso di ieri alle Nazioni Unite:

“I diritti umani sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Rimuovere i diritti umani da questo contesto significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l'interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici e persino religiosi differenti. Non si deve tuttavia permettere che tale ampia varietà di punti di vista oscuri il fatto che non solo i diritti sono universali, ma lo è anche la persona umana, soggetto di questi diritti.

Gianluca Zappa







postato da: gianlucazappa
categorie: cultura, chiesa, religione, storia, papa, diritti umani, islam, attualitĂ , cattolicesimo, radici cristiane
commenti: commenti (8) | commenti (8)(popup)