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giovedì, 19 novembre 2009

IL DALAI LAMA E IL CROCIFISSO

Apprendo con gioia che anche il Dalai Lama mette in campo tutta la sua autorità e il suo prestigio mondiale (fattosi più forte in un clima di odiose persecuzioni) per sostenere coloro che ritengono che l’Italia non debba fare a meno del crocifisso negli spazi pubblici. E’ sicuramente un pronunciamento significativo, “pesante”, che dovrebbe far riflettere i crociati del laicismo anticristiano, meglio, anticattolico.

Appurato che il problema della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, negli ospedali, negli spazi pubblici, non riguarda i musulmani, i buddisti o i Testimoni di Geova, ma solamente i fedeli di una religione nuova e strana, dai contorni fluidi, ma intransigente e settaria come il laicismo, dobbiamo cercare di individuare il nocciolo della questione.

Il laicista sostiene che uno spazio pubblico che espone il crocifisso diventa automaticamente uno spazio in qualche modo “violento” nei suoi confronti. Lasciate stare il privilegio dato ad una religione piuttosto che ad altre. Al laicista interessa solamente la propria religione, quella che dice che “tutte le religioni devono stare sullo stesso piano”. Ma lo sapete cosa si nasconde dietro questo ragionamento? Ecco: il concetto che nessuno si può permettere in uno spazio pubblico di esternare il proprio credo religioso. O qualsiasi altro credo che professa. Le conseguenze del divieto della Corte Europea potrebbero infatti diventare piuttosto paradossali.

Prendiamo la scuola. Se si stacca con quel principio il crocifisso dalle pareti, allora nessuno potrebbe più permettersi di entrare in un’aula portando un crocifisso al collo. Ma si potrebbe ricorrere contro coloro che se ne vanno in classe con la maglietta di Che Guevara; potrebbero diventare dei fuorilegge quelli che indossano la T-shirt di Obama o dei Led Zeppelin. Sinceramente la maglietta che inneggia ad Obama, o la sagoma del Che m’indispongono e molto. Perché dovrei stare in classe ed espormi giornalmente ad una vista per me odiosa? Senza contare che ho sempre preferito il rock progressivo all’hard rock. Insomma, potrei anch’io per questi motivi ricorrere alla Corte Europea. La quale potrebbe decretare che in uno spazio pubblico come la scuola è assolutamente vietato entrare con qualunque segno distintivo di una qualche preferenza religiosa, politica o artistica.

Avremmo delle classi grigie ed anonime, degli studenti grigi ed anonimi, un mondo grigio ed anonimo, come tristemente grigio ed anonimo è il laicista. Questo è quanto ci prospetta questa strana e totalitaria religione. Il cui dogmatismo è peggiore di qualsiasi altro dogmatismo perché è maledettamente astratto, ideologico, teorico, utopistico. Perché taglia in mille pezzi l’uomo, lo priva della passione, della cultura, della storia. Il laicista, nel suo odio iconoclasta, non è così umile né così intelligente da riconoscere che quel crocifisso vuol dire molto, veramente molto per la storia della sua terra.

Compassione, dono della propria vita per la salvezza degli altri, umiltà, forza del perdono, giudizio contro tutti coloro che ingiustamente perseguitano un innocente, speranza in una vita migliore e più giusta... quanto abbiamo costruito su questi valori? Da dove vengono gli ospedali, le opere assistenziali, la promozione dell’uomo e della donna, la stessa uguaglianza umana se non dalla croce di Cristo? Potevamo essere tutti islamici. L’Islam ora lo conosciamo, ora lo vediamo, sappiamo cos’è. Potevamo scannarci come barbari (e tutte le volte che ci siamo allontanati da quella croce siamo tornati alla barbarie). Possiamo ancora trasformarci in un mondo totalmente disumano, se non ci lasciamo giudicare da quella croce.

In Lituania, presso la città Šiauliai, c’è la famosa Collina delle croci. Ce ne sono circa 56.000, di ogni dimensione, foggia e materiale. Sono state piantate lì dal popolo lituano, che le ha moltiplicate durante la dominazione sovietica, quando i comunisti per ben tre volte le abbatterono completamente. Chi può permettersi di obiettare ai lituani questa loro invasione in uno “spazio pubblico”? Quale freddo, asettico tribunale internazionale potrebbe permettersi di chiuderla con un’ordinanza? Non ci sono riusciti i sovietici, figuriamoci se la Comunità Europea può permettersi una cosa simile! In ogni caso, vi sarebbe una rivoluzione!

Ma voglio fare un altro piccolo, più piccolo esempio. In occasione della gravidanza di mia moglie, ho frequentato con una certa assiduità il reparto di ostetricia dell’ospedale della mia città. C’è una specie di salottino per i visitatori, dove, in un angolo campeggia la statua di Sant’Anna con la piccola Maria. Davanti a quella statua non mancano mai i fiori freschi. Ora, capisco che una suscettibile laica finlandese potrebbe anche giudicare la cosa di un bigottismo da sud del mondo, ma c’è qualcuno disposta a scomodare il Tribunale Europeo per rimuovere quella statua da quello spazio pubblico?

Chi dice che i simboli religiosi cristiani non rappresentano il nostro Paese non pensa veramente, pensa in astratto. Ci vuole condurre tutti in un mondo grigio, triste e senza storia, dove tutti forse si sentiranno più liberi di copulare come, quando e con chi vogliono.

Molto meglio la croce, e tutto quello che significa. Il Dalai Lama l’ha capito. I laicisti no.

Gianluca Zappa

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categoria: cultura, scuola, storia, europa, laicismo, attualitĂ , societĂ , cattolicesimo, radici cristiane, persecuzioni anticristiane
martedì, 17 novembre 2009

POPIELUSZKO. E UN APPELLO.

  Il film “POPIELUSZKO: non si può uccidere la speranza” del regista polacco Rafal Wieczynski è da far vedere ai giovani, perché possano imparare dalla storia e attingere a piene mani da un passato che in questo caso è denso di significato anche per il nostro presente.

Il film, in parte documentario, in parte tutto incentrato sulla figura del testimone, è teso ed estremamente drammatico. Bellissimo per come è girato ed è interpretato.

Il grande affresco corale descrive la vita di padre Jerzy, la sua formazione e soprattutto la sua implicazione con il sindacato libero Solidarnoœæ, quello fondato da Lech Walesa, di cui fu in pratica, su richiesta degli operai, il cappellano.  La sua fama aumentò quando nella Polonia stretta nella morsa dello stato di guerra proclamato dal generale Jaruzelski, promosse le Messe per la Patria, celebrate una volta al mese a Varsavia, che attirarono migliaia di fedeli da tutto il Paese. Era considerato un maestro di vita da tanti studenti, intellettuali, operai, artisti e anche persone lontane dalla fede per il suo modo di vivere il cristianesimo: una totale dedizione al fatto cristiano vissuto come risposta all’uomo dentro le circostanze del presente.

Nel 1984, all’età di 37 anni, fu rapito da tre funzionari che lo torturarono e poi lo uccisero. Dopo alcuni giorni di ricerche, il suo corpo fu ritrovato in uno stagno della Polonia centrale. Oltre 500.000 persone parteciparono ai suoi funerali.

Papa Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”.

Che cosa s’impara dal film? Che cosa possono imparare i giovani?

Anzitutto che la storia recente dell’Europa ha un nodo rappresentato dalla nazione polacca e in essa dal ruolo giocato dalla Chiesa cattolica.

Fili provvidenziali imperscrutabili legano eventi storici recenti come l’elezione al soglio di Pietro di un Papa polacco, la nascita del movimento di Solidarnosc, l’estendersi del suo metodo pacifico di opposizione al regime comunista fino allo sfaldamento, nel 1989, dell’intero blocco comunista europeo orientale. 

Si impara, ancora, a non sedersi sugli allori: la vita è un compito il cui nucleo si assapora trafficando ciò che si è ricevuto. Ciò per cui ci si consuma, il significato dell’esistenza, abbellisce e matura la persona anche nel dramma del sacrificio.

Il regista del lungometraggio, Rafal Wieczynski, non a caso ha spiegato che: “Il mio scopo era di testimoniare il suo destino". Ed il film su Polpieluszko rappresenta molto bene che il destino è un bene presente, per il quale il sacerdote dona tutto se stesso perché tutti noi possiamo ricevere, grazie alla testimonianza, la medesima certezza.

Il film è attualmente in visione in tre/quattro città in tutta Italia. Come al solito la cultura dominante preferisce addormentare le coscienze per renderle più prone alle mode e al sottile potere del nichilismo.

Facciamo un appello affinché il film sia richiesto, spiegato, approfondito. Anche da qui passa una responsabilità educativa.

 Dal sito www.diesse.org

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categoria: comunismo, storia, cinema & tv, persecuzioni anticristiane
domenica, 15 novembre 2009

LA VENDITA DEI BENI DELLA MAFIA

Un caro amico mi ha inviato il comunicato di una parte politica (che però non viene esplicitata, anche se si può supporre quale sia) circa il provvedimento votato di recente al Senato sulla vendita dei beni dei mafiosi. Mi sono ritrovato dentro una specie di mailing list nella quale sono coinvolte molte persone che conosco. E poiché fin da studente sono stato abituato a dire la mia e a non tenermela per me, disturbo a mia volta con una mia riflessione sull’argomento, ringraziando chi mi ha fatto oggetto di tanta attenzione.

Nel comunicato ci sono dei sillogismi che non mi sembrano molto corretti. Vi si dice che un milione di cittadini ha firmato una proposta sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie e che qualcuno all’epoca si prese l’impegno in questo senso. Bisognerebbe essere più espliciti. Comunque questo fatto, dopo 13 anni e in una situazione di crisi qual è quella attuale (che non è quella del ’96), non mi sembra costituire un paletto ineliminabile. Cosa vuol dire “destinazione sociale” dei beni della mafia? Se uno Stato dalla vendita di quei beni ricava dei fondi che può reinvestire per sostenere i propri cittadini, non li sta destinando in modo utile alla società? Oppure “destinazione sociale” è qualcosa che è solo nella mente di quel milione di cittadini che firmarono nel ’96 una proposta? Perché i loro “principi” non dovrebbero essere messi in discussione?

Nel comunicato si fa un altro ragionamento: “è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’influenza dei clan”, e si conclude, in modo lapidario, che l’emendamento diventerà un “regalo” alle mafie. Insomma, un “rischio” è diventato in men che non si dica un “regalo”. C’è qualcosa che non va, mi sembra un’interpretazione un po’ troppo forzata. Che ingenera un tarlo nella mente della gente per farla arrivare ad una conclusione illogica: siccome c’è il rischio che qualche mafioso si compri questi beni, allora l’emendamento è un regalo mafioso.

E’ vero che il rischio che questi beni si vendano male c’è, c’è sempre stato. Un tempo gli Stati, quando si trovavano in gravi difficoltà economiche come il nostro, per tirare su un po’ di soldi confiscavano i beni alla Chiesa e li mettevano all’asta. Cominciarono i cosiddetti “sovrani illuminati”. Cavour e compagni, appena fatta l’unità d’Italia, fecero lo stesso. Ma fecero sempre pochi soldi, perché non c’erano molti compratori, quindi non c’era gara. Era come un Mercante in fiera con pochi giocatori. E questi giocatori erano i più ricchi, che si mettevano anche d’accordo tra loro. Risultato, i privati si presero i beni della Chiesa a due lire. E le casse degli Stati continuavano a piangere.

Oggi i beni non li confischiamo alla Chiesa, ma alla mala. Metterli in vendita invece di tenerseli in proprio, o addirittura spenderci sopra altri denari pubblici per una non meglio imprecisata “destinazione sociale”, non mi sembra una pessima idea. Non capisco, quindi, tutta questa demonizzazione, che rivela solo un pregiudizio ideologico. Certo, c’è da sperare che uno Stato come il nostro, che ultimamente sta infliggendo gravi colpi alla mafia, sappia vigilare perché la vendita di questi beni si faccia nel modo più limpido e fruttuoso possibile per le casse pubbliche. E che questi soldi vengano poi utilizzati dove ce n’è più bisogno.

 Gianluca Zappa

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categoria: politica, attualitĂ 
domenica, 15 novembre 2009

SEMPRE MEGLIO STARCI SCOMODI NEI PARTITI

Con Bersani alla guida, il PD sembra aver ritrovato un punto di stabilità ed è possibile che possa trovare una conclusione la tumultuosa fase di transizione che si era aperta all’indomani della caduta di Prodi. La solida personalità di Bersani lascia sperare in un partito finalmente in grado di sottrarsi al pesante condizionamento esercitato dai giornali di area (La Repubblica) sulla vita interna. Inoltre, archiviato un confuso movimentismo, appare ormai inderogabile la definizione chiara di una stabile identità e di una coerente linea politica. Tramonta ovvero la stagione del cosiddetto “ulivo mondiale” e si apre la ben più concreta prospettiva di una piena adesione al gruppo socialista nel parlamento europeo. Il rischio, tuttavia, è che il partito torni a somigliare a quello di sempre, al vecchio PCI, anche se ora in salsa emiliana. Il rischio è che l’elettore più smaliziato interpreti la vittoria di Bersani come l’avvio del processo di sostanziale ritorno al passato. In questo senso, la fuoriuscita di nomi eccellenti come Rutelli o Calearo rischia di accreditare questo significato.

E’ forse questa la ragione che ha spinto alcuni nomi di spicco di provenienza cattolica, già sostenitori di Bersani alla segreteria, a spendersi in questi giorni per tranquillizzare il popolo dei fedeli con contributi e lettere ai giornali di area cattolica. Il messaggio vuole essere rassicurante su tutta la linea: il nuovo partito è un partito nel quale ogni cattolico può sentirsi a casa sua. Colpisce in questo senso la lettera inviata giorni fa a L’Avvenire da Giovanni Bachelet. Racconta Giovanni della presenza davanti a lui, nella fila al seggio per le primarie del PD, di una coppia di suore… Sottolinea il ruolo di garanzia per i credenti che verrebbe dalla presenza nel partito di figure dai lunghi trascorsi ecclesiali come Rosy Bindi e Romano Prodi…. Ci consegna la chicca di un Bersani studioso del pensiero di San Leone Magno… Ci ragguaglia, infine, a proposito dell’intensa vita spirituale di Ignazio Marino, il quale sarebbe un assiduo frequentatore di messe (questa si che è una rivelazione!). Neppure un giudizio che sembri meno che entusiasta sul partito... Questa visione angelicata del PD mi ha ricordato uno slogan pubblicitario della COOP che recitava: “La COOP sei tu, chi può darti di più?”. Ed infatti Giovanni Bachelet chiude la sua lunga lettera con una nota personale che ha un po’ il sapore dello spot pubblicitario e che, comunque, si fonda su un dato che appare troppo soggettivo: “il PD è l’unico partito al quale mi sia mai iscritto, nel quale mi sento come a casa mia”.

Il problema è Giovanni sciorina una teoria di aneddoti rassicuranti ma alquanto impolitici e tocca assai superficialmente il tema degli indirizzi programmatici del nuovo partito. Come per molti “cattolici-democratici” dell’ultima generazione, anche per Bachelet dialogo e laicità sembrano essere non più i “mezzi”, ma i “contenuti” stessi della politica. Pertanto è da celebrare la sintesi maturata nel partito riguardo al testamento biologico non tanto per il contenuto (Giovanni, intimamente, lo condivide?) ma per il metodo con cui è stata conseguita. E, sembra di capire, se la risoluzione la votano in tanti ciò è garanzia del fatto che possa andar bene anche per la coscienza del credente. Non lo sfiora il sospetto che bene e male non possano essere definiti “a maggioranza”, tanto meno lo sfiora il dubbio che una risoluzione intrinsecamente malvagia resterebbe comunque non sostenibile anche se vi si riconoscesse l’intero gruppo dirigente del partito. E’ per questo che non solo è un diritto, ma talora un dovere, l’obiezione di coscienza, principio di libertà per il quale ci si rifiuta di collaborare a ciò che è intrinsecamente un male, e la soppressione diretta di una vita umana indifesa ed innocente sarà sempre un delitto per la coscienza umana e cristiana. Questo principio non riguarda solo qualche medico, riguarda anche una classe politica (di cui ora anche Giovanni Bachelet è parte) troppo spesso usa a sentirsi al di sopra del bene e del male.

Ma forse il problema è proprio in quel desiderio, umanamente comprensibile, di sentirsi in un partito come a casa propria… E’ umanamente gratificante avere il conforto degli amici di partito e l’incoraggiamento dei padri nobili (Bachelet scrive d’essere entrato in politica solo dietro particolare insistenza da parte di Prodi e di Bindi), e tanto più se un tale autorevole incoraggiamento ci rassicura nella convinzione di aver scelto la parte giusta, di esser parte della compagnia dei “buoni”. In un contesto simile il disarmo della coscienza diventa, a mio parere, un rischio concreto. Proprio Don Milani, nella celebre “Lettera a Pipetta”, descriveva questo rischio e ne traeva le dovute conseguenze: un Cristiano farebbe bene a non sentirsi a casa propria da alcuna parte! C’è, infine, il problema degli incredibili equivoci che gravano sul concetto di laicità. Proprio perché siamo cristiani crediamo nella laicità, ma proprio perché crediamo nella laicità ci interessa ben poco se le suore partecipano alla vita di partito o se Marino è un assiduo frequentatore di Chiese. Questi sono argomenti “clericali”, tutt’ al più  dovrebbero sollecitare l’attenzione dei pastori. Non noi abbiamo titolo per giudicare la fede o la coerenza di Marino. Anche se i dubbi sono tanti... A noi interessa capire quali spazi reali di proposta politica il PD lasci aperti a chi difende la vita dal concepimento al suo naturale tramonto ed a chi difende la famiglia quale definita dalla carta costituzionale. Ciò nella piena consapevolezza che questi aspetti sono a tutti gli effetti parte integrante di quel “bene comune” che, soprattutto a sinistra, si sostiene di voler promuovere e difendere.

A noi non fa scandalo l’impegno del cattolico “a sinistra”, a noi fa scandalo l’accettazione supina da parte del cattolico di sinistra di posizioni tanto contrarie al diritto naturale e al bene comune in nome di un malinteso senso della laicità. A noi fa scandalo la sostanziale subordinazione di taluni credenti ad un’antropologia nichilista e ai suoi esiti.

A noi fanno problema certi silenzi… Quando nella Germania nazista cominciò a farsi avanti un orientamento culturale eugenista e, di seguito, anche una legislazione eutanasica, i giovani universitari della Rosa Bianca non restarono in silenzio.

Stefano

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categoria: politica, attualitĂ , cattolicesimo, pd
giovedì, 12 novembre 2009

TRANSEXUAL SHOW!

Una serata trasgressiva è quella che una discoteca della mia città promette. Sul manifesto c’è una bella donna, ma il titolo lascia spazio a dubbi: “Transexual Show”.

Niente di nuovo in realtà, ma un semplice accodarsi alla moda imperante, quella che vede in calo le quotazioni delle belle donne e vede salire quelle dei bei transessuali. Che poi sarebbe più adeguato definire ermafroditi, perché, se non sbaglio, in questi strani uomini di nessuno il transito da un sesso all’altro non c’è stato davvero. Hanno ancora gli attributi maschili, sono uomini a tutti gli effetti, ma hanno artificialmente sviluppato certe appendici femminili. Sono degli ibridi, insomma, degli uomini in maschera, degli attori, degli artisti che però non hanno da condividere nessun’arte in particolare, se non quella, appunto, del travestimento e dei giochini erotici. Un’arte degradata per l’umanità degradata che siamo diventati.

Nel vedere il manifesto, mi è venuto in mente quel verso sdegnato dei Sepolcri di Ugo Foscolo, vibrante di passione morale, che se la prende con la città di Milano, definita “lasciva/ d’evirati cantori allettatrice”. Il grande poeta del nostro illuminismo intendeva colpire il barbaro costume dei castrati, vere attrazioni e divi dell’epoca. Sapete tutti che si trattava di giovinetti presto mutilati degli organi genitali maschili per essere avviati a diventare delle star dell’Opera, dei cantanti di successo che ricoprivano le parti femminili. Anche un altro grande nome della nostra letteratura, Giuseppe Parini, se ne era occupato nella sua ode La Musica, tutta vibrante di risentimento per coloro che mantenevano in vita questo vero e proprio scempio che si operava su degli esseri umani.

Come reagirebbero, mi chiedo, sia Parini che Foscolo davanti al manifesto che promette un “Transexual Show”? Scuoterebbero mestamente il capo, constatando che il mondo non cambia e che, anzi, per certi aspetti va sempre peggio. Vedrebbero un’umanità totalmente traviata, che sbava di fronte ad un mezzo uomo, divenuto protagonista di un rito tribale che, tra l’altro, con l’arte (perché per lo meno i castrati erano dei veri artisti) non ha niente a che vedere.

Tutte le città sono diventate, come la Milano di Foscolo, “allettatrici” di castrati, di ermafroditi. I settimanali più letti dai professionisti, dai politici, dalla società “bene” ne sono pieni, salvo poi fare il predicozzo a chi è beccato in mutande con uno di questi ibridi umani. In TV non si parla d’altro e l’ermafrodito è diventato protagonista, addirittura opinionista. Perché l’ermafrodito fa audience. Abbiamo avuto un ermafrodito deputato della Repubblica, che si divideva tra uno spettacolo in discoteca e una seduta al Parlamento. Ma nessuno gli ha chiesto mai di dimettersi, nessuno gli ha fatto per centinaia di giorni le fatidiche dieci domande, nessuno ha mai chiesto agli italiani se se la sentivano di affidare a quell’uomo l’educazione dei propri figli.

Parini e Foscolo provavano un sincero sdegno perché vivevano in un’epoca che sapeva identificare ancora ciò che è bene e ciò che è male. Noi viviamo nell’era dell’arcobaleno, quella delle sfumature che non ti fanno capire più niente. Per cui siamo pure capaci di accusare di omofobia chi sparla di questa gente, come se questa gente fosse normale. Definire normale un ermafrodito volontario è fargli del male. Lui vuole essere anormale, pretende la sua anormalità, perché sa benissimo che il piacere che cerca e il successo che incontra dipendono proprio da quella anormalità. Altrimenti non ci penserebbe su due volte e, con un bel taglio, transiterebbe del tutto dall’altra parte. Invece non lo fa. E chi lo fa si pente.

Come il giovane protagonista di Mary per sempre, che finalmente ha coronato il suo sogno di diventare donna, salvo poi accorgersi che per lui è stata una grande fregatura. Una volta operato, infatti, è uscito dal “giro che conta”, quello della vita gaya dei locali riservati, dove non c’è posto per un uomo che è diventato donna a tutti gli effetti. Ha visto crollare la sua fama, assicurata da quella che era la sua diversità. E ha concluso che, in fondo, gli sarebbe convenuto tenersi il pisellino.

Non ci si vengano pertanto a mettere sotto gli occhi i casi pietosi di ragazzini che giocavano con le bamboline fin da piccoli e che volevano tanto diventare femminucce. Ci sono dei casi di questo tipo, ma queste persone aspirano a diventare femmine, a trovare l’uomo della loro vita, a sposarselo, a cucinare per lui e a stirargli i vestiti. Cercano di dimenticare e di far dimenticare il loro passato di uomini. Non aspirano alla condizione ambigua e ostentata di ermafroditi per esibirsi in una discoteca o per prostituirsi in una pink room milanese.

Non ci si faccia la morale, per favore. Quelli che chiamano transessuali sono dei maschi (le femmine, come sempre, non contano, non interessano a nessuno, perché una donna che si fa crescere la barba più che attrarre incuriosisce o disgusta), degli ometti che hanno scelto non un nuovo sesso, ma l’ambiguità. Non veleggiano verso alcuna terra promessa, perché vogliono vivere in una terra di nessuno. E sono la maggior parte.

E sono la più chiara, evidente manifestazione del nichilismo imperante, di un’umanità che è al di là del bene e del male, di un’umanità senza Dio. Perché l’essere maschio o femmina è stato strappato al disegno di Dio (un disegno buono per ognuno di noi) per essere messo nelle mani dell’uomo, in balia del suo istinto, della sua volontà di potenza. Perchè si è estinta la saggia consapevolezza di non essersi fatto da sè, di dover rendere conto a Qualcuno di ciò che si è.

Povero Parini! Povero Foscolo! Transexual Show!

Gianluca Zappa

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categoria: cinema & tv, attualitĂ , societĂ , omosessualitĂ 
martedì, 10 novembre 2009

UN NOVEMBRE DEL 1989

Non ricordo con esattezza dove mi trovassi il nove Novembre del 1989. Quel nove Novembre.

Ovunque fossi, quel luogo è celato tra i meandri di un’età che vive -per riprendere la formula agostiniana- il tempo dell’ ‘attesa’ assai più intensamente di quello della ‘memoria’. Ma a ritrovare, almeno parzialmente, quel giorno perduto mi ha aiutato l’ennesima notte di adulto insonne, spesa a rivedere le immagini proiettate dalle innumerevoli maratone amarcord, a riascoltare album incisi su nastro, a ritrovare quei sapori, quei suoni, quelle sensazioni che permettevano al giovane Marcel quella che un mio professore di quegli anni definiva: “estasi metacronica”.

Ricordo di un autunno da liceale (questo almeno testimonia l’annuario, dissepolto stanotte, del Ginnasio-Liceo S. Maria, che mi registra nella classe I di uno degli ultimi cicli di un Istituto che vive ormai, anch’esso, solo nella memoria). Un autunno in cui io e i miei compagni prendemmo gusto alla lettura dei quotidiani del mattino, alla discussione febbrile e avventurosa di scenari a venire, a quell’ebbrezza sottile e vaga, che proviene forse all’autunno dai colori delle foglie in decomposizione e dagli effluvi dell’uva pestata. Quel coacervo di critica, impegno, d’incoscienza e speranza…di attese in una parola, che tutti i giovani vivono (o dovrebbero vivere) e che non fu dissimile per i giovani che assistettero alla fine delle guerre, o alle primavere degli anni sessanta, o all’inizio di un nuovo millennio… Quell’autunnno del 1989 mi è impossibile ridurlo ad un ‘fatto’ storico.

Aveva visto bene -ancora una volta- Agostino quando, in polemica con Aristotele, affermava che il tempo ‘oggettivo’ (il tempo del fatto storico) non esiste. Perché ciò che noi chiamiamo tempo è una “distensio animi” tra memoria, visione ed attesa… Un’intuizione che molti secoli dopo altri, da Spinoza a Leibniz, a Kant e via via fino a Bergson, avrebbero ripreso e valorizzato.

L’oggettività storica rischia di essere il frutto esacerbato di una memoria smarrita (o, peggio, tradita) e di un’attesa elusa. È la constatazione amara di chi ha insegnato spesso la storia, con la vaga sensazione di averla ridotta a quel mero, sterile tempo oggettivo. La storia di un muro (uno dei tanti) edificato in un giorno preciso e abbattuto in un altro, e di macro e micro-ragioni storiche individuate e ripetute stancamente, che producono come logico esito una traccia celebrativa proposta in un Esame di Maturità, ignorata dalla maggior parte dei nuovi, intimoriti, diciottenni.

È perché noi, che vivemmo quell’autunno, abbiamo trasmesso senza condividere. E non abbiamo condiviso perché abbiamo smarrito quel nove Novembre nella quotidianità frenetica della vita di adulti, che si pasce del disincanto e della disillusione…della pace trasformata in una guerra fredda, della primavera offesa dai carri armati, del millennio scintillante di tecnologia abbattuto insieme alle Torri gemelle. Abbiamo smarrito la giovinezza nell’età adulta così come abbiamo dissolto la storia in giudizi di valore, in giustapposizioni, in ragioni di un’oggettività inesistente.

Quell’autunno del 1989, in cui attendevamo il nuovo decennio come promessa di indipendenza e libertà, ma leggendo giornali e masticando chewingum (le medesime cose che chiesero i primi profughi dell’Est appena passato il check point Charlie: notizie e gomme da masticare americane…), contaminando le seriose colonne del Corriere con i titoloni della Gazzetta, in piena trance da Mondiali di calcio (giocati in Italia e vinti dalla unificata Germania del Kaiser Beckenbauer…), ascoltando i tedeschi Scorpions uniti in improbabili compilations fatte in casa allo slang dei rockers americani e all’onnipresente grido “All in all it was all just bricks in the wall”… Un grido che si strozzò pochi mesi dopo nella gola di Cyndi Lauper sul palco di una riunificata Berlino, quella Cyndi che i critici musicali -soloni ingialliti- ritenevano inadeguata a sancire musicalmente quella caduta, perché famosa grazie a quel motivetto (“girls just wanna have fun”) che era invece l’icona di una generazione che dal disimpegno, dal chiasso della musica pop-rock, dalla street art aveva tratto i presupposti di quella caduta…laddove avevano fallito gli impegnati discorsi, le sparatorie, le primavere tristi dei ragazzi degli anni Sessanta e Settanta.

La libertà, la pace e la guerra, la verità stessa, rischiano di essere vuote parole, se dimentichiamo che a pronunciarle furono sempre degli uomini. Ed è gli uomini (anche quelli che fummo) che dovremmmo ricordare, non i fatti, che celebrati oggi, si perderanno di nuovo nella quotidianità di domani.

 

Michel de Seingalt

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categoria: comunismo, storia
sabato, 07 novembre 2009

IL CROLLO DEL MURO E LA PROFEZIA DI LEONE XIII

Siamo in prossimità di uno dei grandi anniversari della storia:  20 anni fa cadeva il muro di Berlino. La storia ha sempre bisogno di date simboliche, e questa data segna ormai il crollo del comunismo sovietico. Spiegarlo non è affatto facile, perché, come tutti gli eventi storici, anche quel crollo è figlio di molteplici cause. Ma è certo che la sensazione che si ebbe allora e che si ha anche oggi è che, per dirla con il grande François Furet, “nato da una rivoluzione, il comunismo scompare in un’involuzione”.

Si era ormai di fronte ad un regime esausto, con un partito corrotto, dominato da ubriachezza, cinismo e pigrizia. Il comunismo sovietico era autoimploso, i suoi sudditi non ne potevano proprio più. L’abbattimento vigoroso, fulmineo, gioioso di quel muro della vergogna, ci diede la sensazione di un rito liberatorio. C’era un’umanità schiava e afflitta che finalmente usciva dalla prigione.

Il comunismo veniva condannato dal solo tribunale che aveva sempre ritenuto legittimo: quello della storia. Fu un fallimento epocale, che creò non pochi problemi agli irriducibili ed entusiasti sostenitori occidentali. In pochi mesi, spiega Furet nelle ultime pagine del suo fondamentale “Il passato di un’illusione”, “i regimi comunisti hanno dovuto lasciar spazio alle idee che la Rivoluzione d’Ottobre aveva creduto di distruggere e di sostituire: la proprietà privata, il mercato, i diritti dell’uomo, il costituzionalismo... l’intero arsenale della democrazia liberale”.

Cosa cercavano i sudditi di quel regime? La libertà, innanzitutto, ma anche il soddisfacimento di  bisogni più elementari: come ad esempio quello di avere una casa propria, magari pagandola a rate con sacrificio. Avevano disimparato a creare, ad entusiasmarsi del loro lavoro, perché avevano perso ogni obiettivo personale. All’inizio il regime sovietico aveva fatto leva sull’orgoglio nazionale, sull’essere parte dell’unico luogo sulla terra dove il socialismo era stato realizzato. Aveva chiesto ai propri sudditi di collaborare, di lavorare con entusiasmo per un futuro radioso. Ma era durato poco. Presto si era dovuti passare a ben altre strategie: lo stakanovismo (per il quale i lavoratori tornavano a non essere più tutti uguali) e addirittura la violenza, la coercizione (sotto Stalin, com’è noto, bastava arrivare in ritardo una volta sul lavoro per essere dichiarato nemico dello Stato e quindi scomparire come individuo).

La gente chiedeva libertà d’iniziativa, libertà di possedere qualcosa, libertà di rischiare il proprio destino. Capitalismo e democrazia. L’idea comunista aveva cercato con tutti i mezzi di separare la libertà e il mercato. Alla fine del XX secolo questi due elementi tornavano ad essere inseparabili: non esiste libertà senza il mercato. Il comunismo sovietico, che aveva cercato di sfuggire a questa dura legge, era andato incontro alla catastrofe politica ed economica.

Eppure c’era chi, con lucida ed incredibile lungimiranza, aveva previsto tutto, un secolo prima. In quel mirabile documento che è l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, datata 1891, ci sono dei passaggi che stupiscono per la carica profetica. In particolare quelli che condannano il socialismo come una dottrina che propone delle soluzioni nocive alla stessa società.

A parte la ferma condanna dell’odio di classe, ci sono in quel testo delle considerazioni che effettivamente aiutano ad interpretare alcuni dei motivi che hanno fatto crollare il comunismo. Come quelle che riguardano la proprietà privata, definita come un diritto naturale dell’uomo, per cui disumana è quella dottrina che la nega: “non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d'investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede”. Un passaggio che oggi nessuno metterebbe in dubbio, ma che in un certo periodo della storia del mondo venivano bollate come conservatrici e reazionarie, non in linea col progresso dell'umanità.

Ma c’è un passaggio ancor più profetico, un vero e proprio ritratto di quello che poi effettivamente si è verificato, laddove Leone XIII afferma che con la società socialista “le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all'ingegno e all'industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria”.

Proprio da questa condizione di abiezione e miseria la gente voleva fuggire, vent'anni fa, abbattendo quel muro.

Noi sappiamo che molti popoli usciti dall’oppressione di quel sistema inumano, oggi con gran fatica hanno dovuto riappropriarsi del proprio destino, ritrovare quello “stimolo all’ingegno e all’industria individuale” di cui il regime li aveva privati.

Era stato tutto, incredibilmente, già scritto. E un altro grande Papa, che sulla Rerum Novarum si era formato e aveva studiato, un Papa venuto proprio da quel mondo comunista, contribuiva  col suo carisma ad abbattere quel muro. Ancora una volta la Chiesa aveva avuto ragione.

Gianluca Zappa

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venerdì, 06 novembre 2009

I RETROSCENA DI QUELLA SENTENZA

Ma insomma, è vero o no che si vorrebbe, con l’aiuto di organismi sottratti al controllo popolare, scalzare una delle maggiori radici identitarie (la solita…) del nostro continente? Di certo un qualche sospetto appare giustificato alla luce della recente clamorosa sentenza della Corte europea che decreta l’espulsione del crocefisso (causa notoria di gravi danni psicologici e morali nei giovani) dallo spazio pubblico.

I giudici sono tutta una garanzia: uno è una vecchia conoscenza del partito radicale transnazionale; due rappresentano i paesi con i più alti tassi di suicidio del mondo; uno è stato nominato dalla Turchia che però non fa ancora parte della UE; un altro è il fratello di uno dei più noti columnnist del noto giornale anticattolico La Repubblica.

Hanno sparato la sentenza ignoranti del fatto che il crocifisso sta sui muri delle aule scolastiche italiane non dai tempi di Mussolini (si è sentito parlare infatti di Concordato e di Fascismo), ma di Cavour (essendovi stato appeso nel lontano 1859) e si sono dimostrati sprezzanti del fatto che una recente sentenza della nostra Corte di Stato definiva il crocifisso non un qualsiasi “oggetto di culto”, ma un simbolo civile, richiamo storico a quei valori di tolleranza, giustizia, rispetto degli altri e laicità che sono patrimonio comune di tutto il nostro popolo (credenti e non credenti).

Avranno sentenziato per amore delle altre religioni? Ma quando mai! Souad Sbai (mussulmana maghrebina) ci ha raccontato che il crocefisso in Marocco lo si trova esposto anche in abitazioni mussulmane accanto al Corano, mentre l’ebreo Giorgio Israel ha denunciato senza mezzi termini il tentativo delle istituzioni comunitarie di cancellare i tratti giudaico-cristiani dell’identità europea...

Colei che ha dato origine al ricorso, tal Soila Latsi, è stata presentata dai soliti giornaloni laicisti come una comune madre di famiglia preoccupata per l’educazione dei figli, portatrice per le sue origini finlandesi di una prospettiva culturale più emancipata (noi infatti non abbiamo gli occhi azzurri e siamo asserviti al secolare potere della Chiesa). I giornaloni laicisti hanno tuttavia trascurato il dettaglio che la suddetta è moglie di un noto militante radicale italiano e che la battaglia è stata organizzata e sostenuta dall’unione degli atei italiani.

I Finlandesi una richiesta simile la riterrebbero quantomeno pretestuosa: la Finlandia espone infatti il principale simbolo cristiano addirittura sulla propria bandiera nazionale. Si tratta della cosiddetta “Croce del Salvatore”, di colore celeste in campo bianco. La croce è pertanto presente in ogni spazio pubblico ed istituzionale di quel paese. Chissà se la signora aveva fatto mai qualche ricorso contro questo celeste vessillo, perturbatore della gioventù…

Pertanto, la nuova “scrociata” sembra trovare i suoi più accesi supporters (e suggeritori) non tanto nel nord-europa, quanto sui nostrani giornaloni laicisti, non pochi di area PD: l’altro ieri si levava il peana trionfalistico de La Repubblica (con parziale marcia indietro del giorno successivo), tutti i giorni il “dacci Barabba” de L’Unità, mentre Europa ha messo in pagina finora solo un assordante (ed imbarazzato) silenzio.

L’Unità soprattutto, ridotta a megafono dei salotti radical chic, si è resa protagonista di una gaffe clamorosa: ha dimenticato di aver affidato, in precedenza, nientepocodimenoché alla penna di Natalia Ginzburg una commossa difesa del crocifisso negli spazi pubblici! Se l’erano scordato? Non se lo rileggono quello che loro stessi scrivevano? Ma cosa volete che ne sappiano i “compagni” di oggi di Natalia Ginzburg o di una certa Italia pasoliniana dai “calzoni coi rattoppi / e rossi tramonti sui borghi / vuoti di macchine / pieni di povera gente / tornata da Torino o dalla Germania”? E poi, al di là delle odierne frequentazioni alto-borghesi, la memoria è sempre stata corta da quelle parti.

Ma per scoprire i cosiddetti “pensieri reconditi del loro cuore” basta dare un’occhiata all’ennesima ridicola provocazione reclamizzata dal quotidiano del PD: “Lai Cal, il calendario di Virus”, un tipo di calendario mirato a cancellare le memorie cristiane da tutti e trecentosessantacinque i giorni dell’anno. L’intento polemico è evidente già nel titolo. Sul piano pratico, al Santo del giorno verrebbe a sostituirsi un cosiddetto “laico del giorno”: Aldo Fabrizi (ma non era un cattolico pure lui?) entra al posto della festività di Ognissanti; Karl Marx (anche lui un laico ed un liberale?) sostituisce San Carlo Borromeo, e via di seguito…

Come si concilia un’operazione simile con la vocazione del giornale di partito a rappresentare con pari dignità le diverse “anime” presenti nel PD? A Concita il compito di chiarire perché L’Unità insista tanto nel dar voce solo alle istanze dell’area più spudoratamente laicista e continui a colpire con puerile stupidità i riferimenti più cari alla grande maggioranza dei cittadini-elettori italiani. Masochismo politico? E’ sul libro-paga di Berlusconi?

Comunque, due più due fanno quattro e qui vediamo che si inneggia alla sentenza della Corte europea e, nel medesimo tempo, si celebrano tutte le iniziative (anche le più ridicole) volte alla cancellazione dei segni della storia cristiana dalla civiltà europea. Non credo pertanto sia frutto del pregiudizio affermare a chiare lettere che si tratta di un tentativo non nuovo (ci avevano già provato Robespierre, Hitler, Stalin, Pol Pot…) e che questo desiderio di “guerra di sreligione” è rivelatore di quell’intima vocazione totalitaria che si annida ancora nell’animo di chi si riempie ogni giorno la bocca con una parola (laicità) di cui, evidentemente non conosce ancora bene (forse per i trascorsi marxisti-leninisti-maoisti…) il significato e tanto meno l’origine.

 

Stefano

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giovedì, 05 novembre 2009

EUROPA SENZA RADICI: ECCO CHE SI COMINCIA…

La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche italiane costituirebbe una "violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni" ed una "violazione della libertà religiosa degli alunni". E’ ciò che ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo con una clamorosa sentenza che fa seguito al ricorso presentato da una cittadina italiana di origine finlandese.

I crocifissi si trovano sui muri delle aule italiane fin dai tempi di Cavour, ma solo nel 2002 Soile Lautsi se ne accorge e ne chiede la rimozione alla direzione dell'istituto "Vittorino da Feltre" di Abano Terme (la scuola frequentata dai suoi due figli). La sua richiesta viene respinta, come pure sono respinti i vari ricorsi presentati davanti ai tribunali italiani.

Ma adesso i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione. La sentenza emessa dalla Corte europea dispone persino che il governo italiano paghi alla donna 5.000 euro a titolo di risarcimento per i danni morali subiti dai figli.

La sentenza, come è stato reso noto dall'ufficio stampa della Corte di Strasburgo, è la prima in assoluto pronunciata in materia di esposizione di simboli religiosi negli istituti scolastici dei paesi della UE.

La sentenza contraddice e sovverte i precedenti pronunciamenti del Tar del Veneto e del Consiglio di Stato che avevano invece riconosciuto nel crocifisso un simbolo della storia e della cultura italiana, un richiamo a quei principi di eguaglianza, libertà, tolleranza e laicità che proprio nel cristianesimo trovano il loro fondamento storico e che "hanno impregnato di sé tradizioni, modi di vivere e cultura del popolo italiano".

Ad un mese esatto dal superamento dello scoglio irlandese sulla via di Lisbona ecco pertanto che un inquietante messaggio arriva all’indirizzo del nostro distratto paese. Naturalmente, in nome dell’Europa. Ma l’Europa che ci parla attraverso una simile sentenza, purtroppo, ha ben poco a che vedere con l’Europa di cui ci sentiamo parte.

Quello cui oggi si assiste impotenti, infatti, è proprio lo scarto gravissimo tra l’UE dei trattati e delle regole (decise da chi?) e l’Europa della nostra storia, della nostra fede, della nostra cultura. Le due cose sempre meno coincidono ed il rischio è che la prima serva a seppellire la seconda.

Il rischio è che la UE sia consapevolmente utilizzata da alcune elite economiche e culturali per demolire un’identità cristiana che l’organocrazia dirigista e tecnocratica che guida il continente reputa ormai un intralcio da rimuovere se non addirittura uno scandalo non più tollerabile.

Sarebbe auspicabile che soprattutto i cristiani che militano nei diversi schieramenti politici fossero più attenti a questi aspetti e si sentissero finalmente coinvolti dall’accorato appello già rivolto da Giovanni Paolo II all’Europa per il riconoscimento delle radici cristiane del continente. Un appello che paradossalmente aveva trovato adesioni significative ed inattese tra personalità di spicco del mondo laico, ebraico e mussulmano, ma che aveva trovato invece non pochi cattolici distratti e tiepidi.

Stefano

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categoria: europa, laicismo, attualitĂ , radici cristiane, ideologia
lunedì, 02 novembre 2009

A MIO FIGLIO RAFFAELE

Questi ultimi giorni sono stati piuttosto movimentati. Con un mese d’anticipo sulla tabella di marcia, è venuto alla luce, venerdì 30 ottobre, il mio quarto figlio, Raffaele Maria. Peso, due chili e 700. Lunghezza: 45 cm. E’ stata una lotta contro la gestosi, la stessa che 15 anni fa portò direttamente in Paradiso la mia primogenita, Francesca.

E così Raffaele è ora lì, nella sua culletta. Un feto diventato bambino con un mese d’anticipo. I medici si sono rallegrati, non c’è stato nemmeno bisogno di metterlo nell’incubatrice.

Dio ci ha benedetto, per l’ennesima volta. E sì che ce n’era di che preoccuparsi. Proprio la notte precedente al parto, due stanze più avanti di quella di mia moglie, un bimbo è morto durante il travaglio del parto. Il giorno dopo, mentre attendevamo la chiamata dalla sala operatoria, sentivamo ancora risuonare i singhiozzi della madre.

Quando sei in queste situazioni, tocchi con mano la labilità dell’esistenza, la delicatezza di un congegno che, nonostante tutta la nostra cura e il nostro progresso tecnico-scientifico, ancora è legato all’imprevisto, ancora è come sospeso ad un filo. La vita è un dono, Raffaele è un dono, niente meno di questo. Un meraviglioso pacco regalo che Qualcuno ha voluto recapitarci.

Mio figlio è nato nello stesso giorno in cui su tutti i giornali era riportata una strana ed inquietante notizia: un gruppo di ricercatori statunitensi hanno annunciato che dalle cellule staminali saranno ottenuti spermatozoi ed ovociti. In pratica ci stiamo avvicinando a creare la vita umana senza nemmeno più essere legati all’incontro tra un uomo e una donna. Padri e madri andranno presto in soffitta. Una vecchia profezia di Aldous Huxley che si avvera. Ovviamente i nati in laboratorio saranno disponibili per rispondere alle esigenze dell’umanità: madri sterili o single che “pretendono un figlio”; coppie omosessuali che “pretendono” un figlio; centri specializzati che “pretendono” pezzi di ricambio umani; grandi industrie che “pretendono” mano d’opera...

Raffaele viene al mondo in una famiglia cristiana. Povera gente, che però lo accoglie come un dono. E che proverà a fargli sentire il calore dell’amore, quell’ “è bene per noi che tu ci sia” che è all’origine di un carattere forte, sereno, coraggioso. E dentro una famiglia che gli testimonierà e gli trasmetterà alcune certezze: nessuno è nel mondo a caso, nessuno è solo su questa terra. Si viene al mondo con dei doni da mettere a frutto, da spendere; si viene al mondo con un grande compito: l’edificazione del Regno di Dio. Si viene al mondo per raggiungere una meta che è oltre questo mondo. Si cammina nel mondo scoprendo che la meta stessa ti cammina al fianco.

La vita è una battaglia esaltante e piena di speranza, perché la vittoria è certa.

E’ quello che milioni di cristiani, nel corso della storia, hanno insegnato ai loro figli e che anche noi insegneremo a lui, perché viva con responsabilità la sua vita, perché combatta la sua battaglia, perché abbia la gioia nel cuore, anche nella fatica e nei dolori.

Benvenuto, Raffaele! Sia bella e felice la tua avventura!

Gianluca Zappa

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