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mercoledì, 01 luglio 2009

QUANDO LA FEDE E' DAVVERO ADULTA

Nel 1925 Gilbert Keith Chesterton, analizzando con la consueta acutezza la storia della fede cattolica nel suo saggio L’uomo eterno, rilevava come almeno cinque volte quella fede fosse sopravvissuta alla sua presunta morte: dopo gli ariani, i catari, gli scettici umanisti, i Voltaire e i Darwin, la Chiesa, data ogni volta per spacciata, conobbe sempre un nuovo slancio, una generazione di giovani che avevano una fede più forte e viva dei loro padri.

Le culture, le varie interpretazioni del mondo, le filosofie, i poteri umani che tutto sembrava dovessero schiacciare sotto i loro piedi, sono poi passati. Le parole di Cristo no.

In certi momenti c’è stata la sensazione che un nuovo fiume fosse destinato a travolgere ogni cosa, e l’unica questione su cui si poteva discutere era quanto tempo sarebbe occorso. Ma ogni volta il mondo ha dovuto scoprire che c’era una cosa che andava contro il fiume. Una cosa viva, perché, al contrario, le cose morte vanno nella stessa direzione del fiume: “Una barca di carta può cavalcare sul gonfiante diluvio con tutta l’aerea arroganza di una nave fatata; ma se la nave fatata naviga controcorrente essa è realmente condotta dalle fate”.

Quella nave fatata era ed è la Chiesa cattolica, nata dal sangue di Cristo e dal sacrificio e dalla predicazione degli Apostoli, primi fra tutti Pietro e Paolo.

Se cito Chesterton è perché le sue riflessioni sono quanto mai attuali e ne trovo un’eco nella fondamentale omelia tenuta da Benedetto XVI qualche giorno fa, ai vespri della vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo. Un testo fondamentale, pur nella sua brevità, da incorniciare. La peculiarità di questo grande Papa è proprio, secondo me, nella chiarezza con cui si esprime e con cui traccia la rotta per i fedeli. Quello che dice merita perciò di essere continuamente ascoltato, letto e meditato, ed è proprio per questo che è importante diffondere le sue parole:

“Nel quarto capitolo della lettera agli Efesini l’apostolo Paolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere “fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (4, 14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede “responsabile”, una “fede adulta”.

La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede “fai da te”, quindi. E lo si presenta come “coraggio” di esprimersi contro il magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo “schema” del mondo contemporaneo.

È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una “fede adulta”. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo.

Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo.

La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa s’oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito Santo; sa che lo Spirito di Dio s’esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo.

Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”. Descrive la fede matura, veramente adulta in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità” (cfr. Efesini 4, 15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo.

Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, ambedue sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo, per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri”.

Per riprendere la metafora di Chesterton, il cristiano non deve essere una nave di carta che naviga tronfia ed orgogliosa sfruttando la corrente delle mode del momento, ma una nave fatata che, guardando continuamente al volto di Gesù Cristo, cioè alla verità, se necessario si oppone ai venti della moda.

Un giudizio chiaro, di cui siamo grati al nostro grande Papa; un giudizio che ci permette di capire cosa vuol dire avere una fede adulta, e a diffidare delle sgangherate e comode contraffazioni.

Gianluca Zappa

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categoria: chiesa, storia, papa, attualitĂ , cattolicesimo
martedì, 30 giugno 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA CINA. DIO?

A vent’anni dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, giungono dalla Cina conferme dell’avvenuto arresto del prof. Liu Xiaobao, uno dei docenti che nell’89 solidarizzarono con gli studenti scesi in piazza a Pechino. Liu aveva aderito allora ad uno sciopero della fame col quale si voleva esercitare una pressione morale sulle autorità affinché accettassero di aprire il dialogo con gli studenti. In seguito aveva svolto un’opera di mediazione tra i manifestanti ed i militari nel tentativo di scongiurare la strage che poi invece avvenne.

Da quella vicenda Liu ne uscì con una condanna a 3 anni di lavori forzati ed una vita da controllato dalla polizia. Ciò nonostante, nel corso degli anni successivi, restava sempre attivo sul fronte della battaglia per la promozione dei diritti umani e della democrazia, con contributi di riflessione, notizie, appelli, che venivano diffusi quasi esclusivamente tramite il Web. Documenti mai velleitari o estremisti riguardo a contenuto e forma, ma sempre improntati a realismo e rispetto della legge. L’ultimo e più sistematico di questi contributi è stato “Carta ‘08”, firmato da 300 accademici, intellettuali, studenti, un documento che analizza i cambiamenti della Cina nel corso di questi ultimi 20 anni ed affronta con piglio distaccato ed oggettivo i nodi critici dell’attuale situazione: la mancanza di libertà politica, la mancanza di uno stato di diritto, una modernizzazione spregiudicata che alimenta conflitti sociali, fenomeni di corruzione e dissesto ecologico. “Carta ’08” deve tuttavia aver irritato non poco le autorità se è vero, come è vero, che numerosi firmatari del documento sono stati già arrestati, fermati o interrogati, e che lo stesso Liu, principale ispiratore del documento, spariva nel nulla nel Dicembre del 2008. Sequestrato e trattenuto in una prigione segreta dalla polizia, solo ora arriva una conferma ufficiale del suo arresto per via della comunicazione alla moglie dell’accusa di cui presto Liu dovrà rispondere di fronte al Tribunale del Popolo di Pechino: “sovversione contro lo stato”. Un’accusa non da poco.

Come ai tempi del “dissenso”  di alcuni intellettuali russi nei confronti delle autorità sovietiche, anche nel caso della Cina, chi esercita una critica politica ed intellettuale nei confronti del potere tende, comprensibilmente, ad assumere una posizione ragionevole, moderata, costruttiva e sostanzialmente rispettosa delle leggi, ma che trae autorità morale e giuridica dal suo riferirsi, in particolare, a quei grandi principi riconosciuti dalla gran parte delle nazioni (almeno a parole, anche dalla Cina) e sanciti da importanti documenti internazionali.

Quel che appare invece originale, e lo sottolinea Bernardo Cervellera (dell’Agenzia Missionaria Asianews) oggi su L’Avvenire, è che in “Carta ’08”, per la prima volta, si sottolinea la necessità della libertà religiosa quale elemento costitutivo per l’edificazione di una società migliore! Si giunge al punto di chiedere la fine delle intromissioni dello stato nelle questioni delle religioni ed il superamento (con una chiara allusione alla difficile condizione dei cattolici…) di quella dicotomia tra attività religiose cosiddette “legali” (ovvero promosse o controllate dallo stato) e attività religiose “sotterranee” (illegali per lo stato). Cervellera, un grande esperto di questioni cinesi, spiega soprattutto come molta dissidenza abbia, per così dire, superato la fase della semplice rivendicazione di diritti, nel senso di un semplice richiamo ai documenti internazionali che li proclamano, e che progressivamente sia giunta alla conclusione che la battaglia per la libertà ed i diritti umani presuppone un fondamento religioso! Libertà e diritti possono fiorire laddove alla vita e alla dignità dell’uomo viene riconosciuto un “valore assoluto”, il che è maggiormente possibile laddove si guarda all’essere umano non come ad un prodotto del caso, ma come ad una creatura di Dio, e si concepisce lo stato come un servitore della libertà e della dignità umana.

E’ forse questa novità, questo collegamento tra libertà politiche e libertà religiosa, questo diverso modello culturale e antropologico, ad aver fatto perdere la pazienza alle autorità del più popoloso degli stati atei del mondo. Ci rifletta un po’ sopra Oddifreddi, ci riflettano gli “ateisti” nostrani…

Stefano

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categoria: comunismo, religione, mondo, elezioni, diritti umani, attualitĂ , societĂ 
martedì, 30 giugno 2009

IRAN: ATTENTI AI LUOGHI COMUNI

Il desolante spettacolo che ci viene propinato ormai regolarmente -e non senza il solito, granguignolesco, voyerismo travestito da diritto di cronaca- dai telegiornali nazionali, a proposito della dolorosa questione iraniana, esorta ad alcune riflessioni, alle quali l’aggettivo inattuale si attaglia a perfezione.

 

Nell’immaginario occidentale, allevato alla greppia del diritto positivo, infarcito delle disquisizioni sulle libertà individuali, smarrito nella dialettica tra buoni e cattivi, lo scontro in atto in Iran parrà la semplice lotta tra una maggioranza buona e democratica, che si batte per il progresso sociale e culturale, ed una cattiva e dittatoriale. La questione è, ovviamente, assai più complicata.

L’attuale situazione iraniana è già il frutto di una di quelle ‘svolte’ pseudo-democratiche, di quelle rivolte di popolo alle quali il nostro senso storico occidentale ascrive le affermazioni più profonde della democrazia. Se il pasdaran Ahmadinejad è salito al potere (e, nel 2005, nessuno contestava che l’avesse fatto contando su numeri reali) lo si deve proprio a quella svolta che spazzò via il vecchio regime monarchico, instaurando una strana versione di integralismo islamico-sanculotto che -è bene ricordarlo anche a chi, come Mousavi, si fa soltanto oggi paladino delle libertà personali- non disdegnò per tutti gli anni ottanta di lordarsi le mani del sangue delle opposizioni, purgando intellettuali e studenti universitari. La guerra con l’Iraq e l’obiettiva debolezza economica di un Paese che non è tra i primi esportatori di petrolio -ma casomai di raffinatissimi tappeti- nel Mondo, hanno certo ritardato la crescita di un sistema civile, che tuttavia è stato contrassegnato al fondo da quella macchia d’origine. Quel sistema, figlio della rivoluzione, integralista e anti-occidentale, difficilmente avrebbe -Ahmadinejad o no- maturato una compiuta democrazia di stampo occidentale. Come del resto raramente l’hanno maturata le numerose rivoluzioni della storia, che molto più di frequente hanno dato piuttosto origine a sistemi politici autoritari e violenti. Idealizzare un passato democratico bruscamente interrotto dal pasdaran Ahmadinejad è mistificare la realtà, perche quel passato era il passato dei pasdaran, delle violazioni delle libertà, dell’estremismo culturale e religioso.

 

Ed ecco dunque, tra gli oppositori che oggi scendono in piazza -e si fanno massacrare- mescolarsi sunniti opposti alla casta dirigente sciita, mujaheddin populisti e terroristi, nazionalisti curdi, giovani no-global romanticamente occidentalisti e chi più ne ha più ne metta. Una congerie di stimoli e visioni del mondo (e del potere) che, c’è da giurarlo, una volta raggiunto il governo non esiterebbe, come già fatto in passato, a dare la propria versione arabizzata della democrazia.

 

L’equivoco di fondo sta, a mio avviso, proprio nella democrazia. La quale, approdo di un millenario processo di riflessione ed evoluzione in occidente, non è affatto un valore assoluto ma strumentale, tale cioè da comportare cautele, cure e condizioni di fattibilità più complesse di quanto appaia allo spirito critico occidentale. Le democrazie incompiute -tra le quali annovero anche la nostra- stanno li a dimostrare che una forma di governo non è la panacea di tutti i mali dell’umana convivenza, e che in essa ripullulano quelle storture e quelle ipocrisie già vive ed attive in monarchia o in dittatura. Perché la democrazia è prima nei doveri degli elettori che nelle azioni dei governanti. Fintantochè l’elettorato non avrà maturato una sana coscienza civica, la classe che esprimerà sarà, nel bene o nel male, quella più adatta a governarlo. La democrazia non è merce d’esportazione, e non basta un telefonino, l’iscrizione a Facebook -con a corredo un congruo numero di ‘amici’ in occidente- e una vaga idea di libertà, per fare dell’Iran ‘che protesta’ il vento foriero del nuovo che avanza.

 

La dialettica -o, meglio, la lotta- in atto in Iran va analizzata in modo realistico, senza pietismi, ricerche di facili analogie o strumentalizzazioni di sorta. Il ruolo dell’occidente democratico? Difficile a dirsi: promuovere, laddove possibile, la crescita del sistema; protestare nelle sedi opportune, per le violazioni appurate compiute dal regime e, last but not least, difendere i propri cittadini.

 

Michel de Seingalt

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categoria: politica, mondo, islam, attualitĂ 
venerdì, 26 giugno 2009

QUESTIONE MORALE: ATTUALITA' O STRUMENTALIZZAZIONE?

In un precedente intervento, prendendo spunto da un fatto di cronaca -i cui echi ad onor del vero tardano a spegnersi- mi è occorso di sfiorare una tematica che per la sua attualità, per i risvolti socio-politici evidenziatisi, ad esempio, anche nell’ultima tornata elettorale, e per la sua rilevanza assoluta, merita qualche riflessione più approfondita.

 

La cosiddetta “questione morale” -sintagma di conio berlingueriano, ma in verità presente in varie sfumature in tutto l’arco della storia italiana…dalla polemica anti-giolittiana di Salvemini, alla desistenza elettorale antifascista- è da molti anni (almeno da quelli controversi e freschi nella memoria di tanti, di Tangentopoli) uno dei topoi ideologici più sbandierati da intellettuali e politici, soprattutto e forse per vocazione, ma non solo, da quelli di sinistra. Onestà intellettuale impone infatti di ricordare che alla succitata stagione giustizialista d’inizio anni Novanta, parteciparono attivamente anche le formazioni di destra. In questa convergenza si potrà certo vedere un connotato fisiologico di quegli schieramenti politici (nella recente storia italiana appunto la Destra missina e la Sinistra comunista) che, esclusi dal governo della cosa pubblica, hanno fatto leva su una presunta purezza, preservatasi dal contatto pregiudizievole con il potere, per muovere il consenso elettorale. Il giudizio su Tangentopoli invero è lontano dal venire, forse anche per la compromissione a vario titolo di molti attori che calcano ancora le scene della cultura e della politica, ma la versione ‘romantica’ dei fatti è ormai in ogni dove caduta in disgrazia, e almeno l’idea che Tangentopoli sia stata la ‘febbre di crescita’ di un sistema deviante di gestione del potere, che non ha escluso appunto la persistenza di taluni mali di quel sistema, è ormai sdoganata e -forse ipocritamente- anch’essa accolta in ogni dove. Le varie crociate contro le ‘caste’ (sulla cui fondatezza non è mia intenzione disquisire in questo luogo) ne sono una versione riveduta e corretta.

 

Tuttavia, se ci si dà la pena di recuperare l’intervista (facilmente rintracciabile in rete) che Berlinguer concesse nel lontano 1981 ad Eugenio Scalfari, non si faticherà a notare -a parte la piaggeria del buon Direttore- l’aspetto inattuale di quella impostazione, oltre che la sua vaga coloritura demagogica. Ciò che Berlinguer denunciava, la gestione clientelare dell’elettorato, la lottizzazione della cosa pubblica, la disarticolazione del sistema partitico dalla società civile… la storia recente del nostro Paese, ci ha abituato a considerarlo nota distintiva tanto dei partiti di Destra quanto di quelli di Sinistra (i media pubblici ne siano un esempio, uno dei tanti…). La nuova versione, attualizzata e rinvigorita, della questione morale, nasce paradossalmente proprio dalla sconfessione della impostazione antica della stessa. Nasce con la strumentalizzazione di uno dei poteri dello Stato (il giudiziario) da parte della politica, cui ha fatto seguito un’altrettanto evidente strumentalizzazione -il tanto discusso ad personam- del potere legislativo, difficilmente spiegabile al di fuori di questa funzione apologetica. L’aspetto probabilmente più preoccupante -in ordine al grado di civiltà della Nazione s’intende- è che l’eredità politica di quella stagione di esacerbato giustizialismo, è stata raccolta da personaggi la cui statura e la cui preparazione è incomparabilmente minore di quella della vecchia classe dirigenziale, mentre ne è del tutto simile l’azione e la pratica di gestione del potere. Antonio di Pietro è forse l’epitome di questa generazione. L’aspetto demagogico, risentito e confusionario della politica del fu Magistrato, ha il sapore della banalizzazione di un principio che pure, come s’è visto, vanta un lignaggio assai nobile. Solo che si guardi alla storia, l’atteggiamento apparrà non nuovo: è la stessa decadenza che colpì la Chiesa controriformista degli ‘intransigenti’ e l’anticomunismo maccarthista nell’America vittoriosa degli anni cinquanta.

 

Che la questione morale debba essere il metro, sul quale giudicare l’azione di un politico, è principio del resto nient’affatto scontato. Non lo era, ad esempio, agli albori della scienza politica, quando Platone rivendicava la ‘vocazione’ (e cioè una ‘virtù’, una qualità innata che rende leader, non semplicemente una condotta) come discrimine per il governo, non lo era per Aristotele, nella cui enciclopedia delle scienze, la morale occupava un gradino più basso rispetto alla politica. In genere, tale assunto non è condiviso neanche da quei sistemi (ad esempio gli anglosassoni) in cui il principio contrattualista, pone in primo piano la ‘funzione’ del governante, e dunque preserva il consenso a coloro che hanno tenuto fede ad un patto con l’elettore. Rileggere Locke è in fondo utile per capire gli scandali recenti nei quali è incappato il governo Brown. La nostra cultura è assai più figlia di Sallustio (che senza frutto si continua a far tradurre nei Licei) e di un’oratoria moralista e strumentale (il “pro domo sua”) della quale, almeno in apparenza, non sa fare a meno.

 

Ma quando la questione morale si trasforma, come ormai stabilmente avviene, in moralismo, essa è il sintomo di una decadenza più profonda. Quando all’esame dell’uso che un governante fa del potere affidatogli (esame da condursi comunque nei seggi elettorali e non sulle pagine dei giornali) si sostituisce quello dell’uso che fa della propria libertà, della persona e della proprietà sue, ergendosi a giudici di un ambito sul quale non si hanno diritti; allora si mostra di fraintendere la natura stessa della convivenza civile e di non aver appreso la lezione della pagliuzza e della trave. E che si tratti di Berlusconi poco importa, visto che quella lezione era stata appresa anche da un padre riconosciuto della Sinistra italiana, quel Pietro Nenni, che era solito dire: “a sinistra c’è sempre qualcuno più puro che ti epura”.

                                                          

Michel de Seingalt

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categoria: politica, attualitĂ , berlusconi, morale
mercoledì, 24 giugno 2009

IMBARAZZI CATTOLICI

Lui si chiama Maria Josè Rico Llorca e vive ad Alicante, ridente località di villeggiatura sul Mediterraneo valenciano. E’ azionista di controllo della Rainbow Tourism (TurismoArcobaleno), un’agenzia “gay-friendly” che, grazie ad una joint-venture con l’Istituto Bernabeu, nota clinica di inseminazione, promette “sole, mare e fecondazione artificiale per coppie di lesbiche”. Insomma, la lesbica va, si gode la vacanza, e torna col pancione. Un business che guarda soprattutto al mercato italiano, dove le norme in materia sono molto più restrittive che in Spagna.

Lui, Maria Josè Rico Llorca, non è uno qualsiasi. E’ stato assessore al Turismo nelle file dei Popolari, il partito “cattolico” spagnolo. Oggi mercanteggia vendendo figli a coppie omosessuali.

In Italia abbiamo il caso di Silvio Berlusconi: corruttore e corrotto, pedopornografo, pidduista, mafioso, favoreggiatore della prostituzione, in perenne conflitto d’interessi e chi più ne ha più ne metta. Sempre al centro di inchieste più o meno cialtrone. Personaggio da gossip. Non proviene dalla sagrestia, né dalle fila del cattolicesimo politico italiano. Non è nemmeno completamente in regola con le leggi di Santa Romana Chiesa. Ma c’è una differenza: se in Italia c’è una Legge 40 che limita il far west della fecondazione assistita e riconosce i diritti dell’embrione, è grazie a lui; se in Italia si sta facendo una legge che eviterà il ripetersi di uccisioni barbare come quella di Eluana Englaro, lo si deve a lui; se in Italia da qualche anno c’è una legge che consente di destinare il 5 per mille a chi s’impegna nel sociale è perché lui se l’è inventata; se oggi non è a tema una legge sul matrimonio gay (sulla quale la cattolicissima Bindi aveva annunciato significative aperture) è perché quest’uomo riesce a tenere duro.

Questo personaggio così scomodo, ingombrante, secondo alcuni impresentabile, è l’unico capo di Stato ad aver difeso Papa Benedetto XVI dall’immonda campagna di stampa montata estrapolando una frase a proposito di Aids e preservativi. Laddove cattolici rinomati italiani, tedeschi, inglesi e spagnoli, prendevano prudentemente le distanze.

Domanda: meglio il popolare Llosa o Silvio Berlusconi? Meglio la cattolica Bindi o Berlusconi? Meglio il cattolico adulto Prodi (che fu capace di ironizzare perfino sulle guardie svizzere) o il figliodiputtana Berlusconi?

La domanda andrebbe girata a don Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, e a tutti quei cattolici (ce ne sono molti) che continuano a votare a sinistra senza tanti problemi di coscienza. Ma loro la risposta ce l’hanno: quel che conta supremamente in un uomo politico è la sua “credibilità”. Se un uomo politico è “pulito”, è “moralmente ineccepibile”, è “virtuoso”, insomma, ha le “mani pulite”, può pure firmare o proporre o sostenere una legge anticristiana, cioè antiumana (perché è lo stesso). Nessuno gli chiederà conto della sua attività politica e della cultura che attraverso quell’attività contribuisce a diffondere. E’ la tragica eredità che ci ha lasciato l’intellighenzia cattolica (soprattutto di Azione Cattolica e Fuci) degli anni Settanta.

Il caso di Llosa mi pare emblematico. Fatico sinceramente a capire come quest’uomo abbia potuto fare l’assessore per conto del Partito Popolare spagnolo. Spero che ne sia stato radiato, ma non ne sono certo. Come non sono certo che certi cattolici italiani arrivino a percepire la contraddizione e l’orrore di un politico cattolico che diventa manager di un’impresa di turismo procreativo per coppie lesbiche.

E’ divertente, in questi giorni, leggere alcune lettere al quotidiano Avvenire. Vi si trova il parere di cattolici evidentemente imbarazzati, spiazzati da questo premier che oggettivamente appare molto amico della Chiesa. E non sono contenti, perché odiano Berlusconi, non ne possono nemmeno sentire il nome e non riescono ad ammettere che in pochi anni i governi presieduti da quest’uomo hanno fatto molto di più che quarant’anni di Democrazia Cristiana. Sminuiscono questo contributo, dicono, per esempio, che la Chiesa non è un’agenzia di bioetica. Hanno ragione, ma il problema è che loro vorrebbero che fosse un’agenzia etica. Il cane si morde la coda.

La storia è piena di uomini moralmente a posto, che hanno sterminato l’umanità. Berlusconi non sarà moralmente a posto, ha molti difetti e dovrebbe sicuramente migliorare certi aspetti della sua immagine e del suo comportamento pubblico, ma non condivide l'ideologia di uno Llosa. E non è poco.

Gianluca Zappa

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categoria: politica, chiesa, papa, diritti umani, attualitĂ , berlusconi, omosessualitĂ , embrione, morale, eluana
mercoledì, 24 giugno 2009

DALLE STALLE ALLE STELLE

Ascoltavo ieri in TV i commenti di alcuni esponenti del centrodestra a conclusione dei ballottaggi delle amministrative e non vorrei che questo esito, favorevole per la coalizione guidata da Berlusconi, favorisse una lettura un poco “drogata dal successo” dello stato d’animo degli italiani e delle condizioni reali del paese. Il fatto che il governo di centrodestra benefici ancora di una sostanziale luna di miele con gli elettori, si presta a mio parere a valutazioni non univoche e non significa necessariamente che gli Italiani siano disponibili a mantenere questo loro prevalente consenso nei confronti del premier indefinitivamente e, per così dire, “a prescindere”.

E’ vero che la campagna connessa agli ancora presunti (al momento che scrivo) scandali sessuali non abbia sortito gli effetti decisivi che qualcuno sperava, e la ragione mi pare ben evidente: la gente non si aspetta dal premier un comportamento privato al di sopra di ogni sospetto, ma semplicemente spera in una politica concreta, efficace per il paese. Non c’è da noi quella richiesta di una “famiglia presidenziale” esemplare come invece esiste tra gli Americani. Mi sembra poi che un certo tipo di critica al premier sia tanto meno efficace quanto più venga agitata da quel medesimo mondo cultural-giornalistico che, per dirla col titolo di un noto libro di Eugenio Scalfari, la sera se ne andava a via Veneto (la strada-simbolo della dolce vita romana…). Si tratta infatti del medesimo gruppo d’opinione che più d’ogni altro ha cavalcato in Italia, nei passati decenni, la rivoluzione sessuale e dei costumi, celebrando la precarietà sentimentale, il nomadismo ed il libertinaggio sessuale (quante inchieste dell’Espresso tese a suggerire che la trasgressione o il tradimento avrebbero fatto bene alla coppia…).

Ma, detto questo, resta la questione politica. Secondo me il centrodestra beneficia più che della popolarità di Berlusconi, dell’onda lunga dell’impopolarità di Prodi. Personalmente condivido al 100% il giudizio espresso da Pierferdinando Casini (a Ballarò) per il quale “se Berlusconi è tornato oggi in sella il merito è di Romano Prodi”. Perlomeno Berlusconi è un tipo alla mano, uno che si mescola (talvolta male, a quel che sembra…) con il popolino e non ha quella spocchia della superiorità intellettuale e morale che rende così spesso i politici di sinistra antipatici alla gente comune. Guarda caso, appena qualche anno fa, Luca Ricolfi pubblicava un fortunato libro dal contenuto ancora attuale e dal titolo assai significativo: “Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”. La gente vota Berlusconi perché non ha ancora dimenticato la fiera infinita degli utopismi e delle velleità dell’ultimo governo di Romano e perché si rende conto che, malgrado la crisi, Silvio “perlomeno non ci ha rimesso le mani dentro al portafoglio”. E’ questo infatti che si sente dire al bar la mattina, tra quelli che si avviano al lavoro prima dell’alba. Alla gente comune già solo questo appare tanto! Ma è chiaro che ciò non può essere sufficiente...

Il centrodestra non può campare indefinitivamente sugli allori per aver saputo interpretare meglio i sentimenti che albergano nel cuore degli italiani. Come già spiegava Emma Marcegaglia, deve dimostrarsi capace di fare scelte innovative e coraggiose che, a mio parere, tardano ancora a venire. Ne cito una per tutti: nonostante le promesse, non si vede ancora all’orizzonte alcuna legge sul “quoziente familiare”, mentre invece (e proprio perché la crisi colpisce in modo particolare le famiglie) sarebbe necessario ed urgente introdurre un modello di tassazione, proporzionale, che ripartisca le risorse “secondo i bisogni”, mettendo davvero nel conto il numero dei bambini. Solo una legge del genere potrebbe restituire alla famiglia quella centralità che anche la Costituzione, del tutto inapplicata, le riconosce! Oggi sposarsi e fare figli è economicamente e socialmente svantaggioso (di qui tanta povertà e tanta denatalità…) ed il presente governo non ha ancora iniziato nulla di sostanziale per aggredire alla radice una tale ingiustizia. Aggiungo poi che da un governo che celebra “le libertà” mi attenderei una sostanziale svolta in tema di libertà educativa e scolastica (e fossi io il premier privatizzerei il 30% della scuola pubblica…), invece gli istituti non statali continuano a chiudere per un’insostenibile situazione economica! Non si tratterebbe di dar soldi alla scuola privata (questo lo faceva meglio il centrosinistra ed è una formula a mio parere poco liberale), ma di detassare la spesa scolastica perché le famiglie siano messe nelle migliori condizioni per poter scegliere (e finanziare…) liberamente la scuola in cui credono! Allora sì che si colpirebbe la scuola dei burocrati, allora sì che si avrebbe una speranza di rinascita di una autentica passione educativa, allora sì che si farebbe anche della buona economia! Già Luigi Sturzo, 60 anni fa, spiegava perché le burocrazie sono brave a sperperare e non ad educare… ebbene siamo fermi ancora lì.

Al di là delle polemiche di questi giorni (stiamo anche noi a vedere cosa accadrà…) saranno questi aspetti, al momento sottaciuti, a diventare preminenti nel più lungo periodo, e ciò nel giudizio di molti cittadini che rappresentano ormai la parte centrale e maggiormente mobile del corpo elettorale.

 

Stefano

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categoria: comunismo, elezioni, attualitĂ 
martedì, 23 giugno 2009

IL GAIO, GELIDO VENTO DEL NULLA

La studente liceale (una quindicenne) mi chiede che differenza passa tra un ragazzo di estrema sinistra e un aderente a Forza Nuova. Domanda tipica di chi ha amici di entrambe le tendenze e vive le contraddizioni di un rapporto quotidiano. Abbiamo appena assistito allo spettacolo di fine anno del laboratorio teatrale della nostra scuola. Un pretestuoso e presuntuoso Gargantua, che, al termine di sberleffi e prese in giro a tutto il mondo (compreso, ovviamente e soprattutto, quello della religione), propone la morale finale del “fa quel che vuoi”, come ricetta per vivere bene e costruire un mondo nuovo.

Chi si è dilettato di esperienza teatrale sa benissimo  che c’è una contraddizione di fondo, perchè nessuno sulla scena “fa quel che vuole” e ogni spettacolo è frutto di una collaborazione, di una sottomissione, insomma, di una logica esattamente contraria. Evidentemente quei poveri ragazzi non l’hanno imparato ancora. E non hanno capito (perché hanno avuto dei cattivi maestri) che, come non si costruisce a teatro, così non si costruisce un bel niente nella vita con quella facile filosofia. Nemmeno se stessi.

Ma c’è dell’altro, c’è qualcosa di più tragico e nero come la pece. Ed è precisamente il nulla che è sotteso a quella filosofia. Il nulla che è anche la risposta alla domanda della mia studente, ciò che accomuna un ragazzo di estrema sinistra e un ragazzo di estrema destra, anzi, la maggior parte dei ragazzi e degli uomini di oggi.

Tra i Frammenti postumi a La volontà di potenza di Nietzsche si trovano queste righe sorprendenti: “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo”. Dobbiamo dire che questa profezia del 1887 si è avverata. Il freddo vento del nulla soffia sul mondo. E’ la grande realtà che sta sgretolando la nostra Fantasia, per usare un’immagine di Ende. Nietzsche l’aveva previsto, lucidamente.

Ma l’aveva previsto un altro grande del secolo scorso, Albert Camus, il cui Caligola afferma che “tutto è uguale, tutto è indifferente” e conclude che “se nulla ha un senso, tutto è permesso”. Camus aveva fatto anche lui una profezia, individuando nel Mythe de Sisyphe due modelli ideali di vita per chi si trova a convivere con l’assurdo del nulla: il dongiovanni e l’attore.

Il primo passa da un amore all’altro, senza più la disperazione romantica di chi cerca invano il vero amore, quanto piuttosto con la lucida e cinica determinazione di chi punta sulla quantità sapendo di non poter essere appagato dalla qualità. Il secondo (come spiega meravigliosamente Charles Moeller nel saggio Letteratura moderna e cristianesimo) fa propria la sorte di infiniti personaggi, passa da un volto all’altro, da un’esperienza all’altra. “Oggi voglio essere Venere”, dice Caligola entrando in scena travestito da dea. E’ fin troppo facile pensare alla moda odierna del transessualismo o delle identità fittizie favorite da Internet.

E’ la “morale della quantità” che genera (cito Moeller) la “frenesia di godimenti rapidi, colti a un ritmo da incubo” che oggi assilla tutti i giovani; “questi uomini ricominciano continuamente un gioco che sanno esser vano perché destinato al medesimo fallimento senza fine”, ma continuano a giocare.

Profezie che si avverano. “Fai quel che vuoi”, godi il più possibile, nulla ha senso, quel che conta è volere, agire, stordirsi.

Fanno sinceramente tenerezza e un po’ di pena dei ragazzi che credono ingenuamente di aver trovato una rivoluzionaria filosofia di vita e che invece sono pienamente conformi ad un’ideologia  che ha almeno più di un secolo di vita.

Fanno un po’ pena, ma anche una certa impressione, uomini che affermano la loro libertà nel mentre incarnano atteggiamenti, modi d’essere e di pensare che sono stati già ampiamente previsti.

E fa un po’ paura questo nichilismo che tutto riduce a gioco allegro in superficie, tragico nel profondo, questo nichilismo che tutto distrugge, tutto divora, atrofizzando il cuore dell’uomo con i suoi veri, infiniti ed eterni desideri.

Gianluca Zappa

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domenica, 21 giugno 2009

REFERENDUM: FALLIMENTO ANNUNCIATO

L’on. Segni e i sostenitori dei suoi referendum sono degli sfortunati. Arrivano fuori tempo massimo, o meglio, nel momento sbagliato. Il loro referendum fallirà, perché gli italiani hanno perso la percezione che è necessario.

Se la proposta referendaria fosse caduta nel bel mezzo del tragico biennio del governo Prodi, le cose sarebbero andate molto diversamente. Allora, se ricordate, c’era una maggioranza squassata, frantumata da continue liti. Allora sì che si poteva toccare con mano cosa volesse dire il ricatto di un partitello. Oggi si accusa la Lega di controllare la vita del governo, ma la Lega è una forza da 10%, non un partitello. Al tempo di Prodi i ricatti venivano da formazioni che avevano il due o il tre per cento del gradimento nazionale. Partitelli, appunto. Veri e propri. I quali non a caso sono stati spazzati via alle ultime elezioni: l’opinione pubblica li aveva, giustamente, giudicati come i responsabili principali di un clamoroso fallimento.

Erano i tempi in cui per decidere una legge finanziaria ci volevano mesi e mesi. Tempi in cui per prendere una decisione qualsiasi bisognava andare da Caifa a Pilato tutti i santi giorni, e sentire Caifa che, tutti i santi giorni, diceva cose diverse da Pilato. E la decisione, sempre impastrocchiata, sempre molto diversa e molto lontana da quelle che erano le intenzioni iniziali, veniva presa, ma a prezzo di un continuo ricorso al voto di fiducia. In compenso ci si metteva contro mezza Italia sulle questioni preferite dagli ideologi al governo, le questioni etiche. La maggioranza (?) era piuttosto compatta solo sui matrimoni gay, la liceità del consumo di cannabis, più aborti per tutti.

E fortuna che in quel biennio non ci furono crisi mondiali epocali come l’ultima che abbiamo conosciuto!

Segni è sfortunato perché gli italiani hanno già dimenticato quell’inferno, scaturito dalla stessa legge elettorale che abbiamo oggi. Il Paese era stato consegnato, per una manciata di voti, ad una maggioranza con non era una maggioranza e che al Senato sopravviveva grazie al voto dei senatori a vita.

Oggi, ripeto, abbiamo già dimenticato. Perché? Non perché la legge sia cambiata, ma perché un certo signor Veltroni ha contribuito a darci un’Italia governabile. Facendo la coraggiosa scelta del partito a vocazione maggioritaria, è andato più o meno da solo alle elezioni, subendo quella sconfitta che ha consegnato il Paese al centrodestra. Non ci fosse stato Veltroni, si fosse riproposta la solita armata brancaleone antiberlusconiana, le cose sarebbero andate diversamente: il centrosinistra avrebbe perso ugualmente, ma l’Italia sarebbe stata meno governabile e quindi più paralizzata.

Così il referendum cade nell’indifferenza generale, sostenuta da quei partiti che non hanno alcun interesse a cambiare la legge in senso ancor più maggioritario, che poi è l’obiettivo principale dei promotori. Per inciso noto che, quando a lorsignori piace, anche l’astensione diventa un mezzo lecito e moralmente giustificato di battaglia. Non così al tempo del referendum sulla legge 40, quando i cattolici invitarono all’astensione: allora si parlava di un gioco sporco, di un boicottaggio, di un rifuggire dalla lotta. Oggi no, oggi l’astensione (perché fa comodo all’estrema sinistra) è qualcosa di legittimo. Ce ne ricorderemo per il futuro, quando se ne tornerà a parlare a proposito di altre questioni.

Comunque, a poca distanza dalle ultime politiche, gli italiani hanno la sensazione di essere governati da un governo che governa. Che ha i numeri per farlo. Hanno la sensazione (per qualcuno l’illusione) che le cose sono stabili e questo è l’importante.

Penso si spieghi anche così il fatto che le accuse rivolte al Premier sulla sua vita privata non abbiano quell’effetto devastante che molti sperano. Certo, a patto che Berlusconi si dia da fare, che mostri di prendere a cuore i problemi del Paese, che, insomma, lavori. Una sua visita in Abruzzo è più importante dell’inchiesta di un magistrato barese. Ma nel momento in cui la maggioranza si spaccasse, litigasse, si dimostrasse inefficace, allora anche le storie di lenzuola, festini, modelle e veline diverrebbero estremamente importanti (per la disgrazia non solo di Berlusconi, ma dell’Italia intera). La sinistra (deputati, magistrati, giornalisti) l’ha capito e punta sul gossip, perché non può puntare sull’arma politica. Ma un governo forte non teme il gossip.

Resta il dato principale: l’attuale legge elettorale è una mina vagante posta alle fondamenta dello Stato. Il referendum fallirà, ma non c’è da rallegrarsene, né da stare tranquilli.

Gianluca Zappa

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martedì, 16 giugno 2009

I FASCISTI ROSSI E LA SCUOLA

 

Una minoranza chiassosa e determinata di fascisti rossi che bazzicano le aule scolastiche italiane, ha impedito l’altro giorno a Milano, presso la sede della Mondadori, la presentazione di un libro sul cinque in condotta alla presenza del Ministro Gelmini. Proprio un bell’esempio di democrazia e di tollerante capacità di dialogo nel rispetto delle opinioni altrui!

Protestare è legittimo. Zittire l’altro e impedirgli di parlare è violenza. Da regime totalitario.

Ma al di là del metodo, nel merito, cos’hanno da protestare costoro? Cos’hanno da difendere? Quale tipo di scuola è uscita dalle loro mani in tutti questi ultimi decenni? Un’istituzione ingessata e bloccata, pachidermica, antica, pesante, sindacalizzata, lontana mille miglia dalla realtà, che in sostanza se ne infischia del bene e delle attese dei giovani e s’interessa solo dei posti di lavoro dei suoi addetti.

Parliamo di istituti superiori. Quasi 400 sperimentazioni! Una follia! Cosa significano queste sperimentazioni? Quando è andata bene, il tentativo di movimentare il panorama scolastico, di creare qualcosa di nuovo che rispondesse alle richieste dei giovani. Sono nati licei linguistici, pseudo artistici, sociali, pedagogici, tutti a latere, perché non previsti dall’ordinamento vecchio e sorpassato. Quando è andata male, invece, la sperimentazione è servita solo a creare nuovi posti di lavoro, sulla pelle dei giovani.

Sono figlio di un personaggio che (semmai la storia dell’istruzione italiana sarà scritta e sarà scritta con cognizione di causa e serietà) passerà alla storia come un pioniere della scuola libera, quella non statale. Mio padre ha fondato un Liceo Artistico e un Liceo Linguistico (colmando un vuoto che lo Stato aveva lasciato), quindi due Accademie di Belle Arti, quella di Viterbo e la NABA a Milano. Utilizzando l’istituto della sperimentazione, il prof. Ausonio Zappa, primo e solo in Italia, ha aperto nuove strade all’istruzione superiore artistica. Presso la NABA di Milano negli anni Ottanta nascevano la scuola di Grafica ed Advertising (come sperimentazione della scuola di Pittura) e poi quella della Moda (come sperimentazione di Scenografia). Terza sarebbe arrivata la scuola di Disegno del Prodotto. Fate una rapida ricerca in Internet e tutta la storia verrà fuori.

Le Accademie di Zappa si aprivano alla grafica e alla moda, quando quelle statali stavano ancora ferme alla pittura, alla scultura, alla scenografia, alla decorazione. In ritardo rispetto a tutta l’Europa, dove le Accademie funzionavano già come facoltà universitarie e si erano aperte alle nuove discipline artistiche.

Ecco, questo tipo di sperimentazione dà l’idea di cosa abbia voluto dire cercare di battere creativamente nuove strade a fronte di un sistema vecchio, bloccato, sostanzialmente bulgaro. Ma quando la sperimentazione, dalle mani del privato, passava nelle mani dello Stato, nascevano degli autentici mostri. Come i nostri odierni indirizzi sperimentali, pensati non sulla base dell’efficacia e della specializzazione (che oggi i giovani chiedono e si attendono), ma sulla base della spartizione delle cattedre. Ecco pseudo licei linguistici dove la terza lingua entra solo al terzo anno e con un numero di ore irrisorie, o pari a quelle di matematica, fisica, filosofia e storia dell’arte. Parlo di qualcosa che conosco molto bene, come conosco molto bene il senso di delusione e di frustrazione dei giovani utenti del sistema.

Ora, finalmente, arriva una riforma che mette ordine e razionalità nel sistema. Nascono licei linguistici che sono veri linguistici, scientifici che sono veri scientifici; nascono nuovi istituti di cui si sentiva l’urgenza, come gli Artistici e i Musicali (colmando sul fronte dell’istruzione artistica un ritardo gravissimo e imperdonabile).

Bene, cosa fanno i fascisti rossi? Casino, cioè quello che hanno combinato in tutti questi anni. I fascisti rossi non si rallegrano, perché stanno tutti lì davanti al computer a vedere quanti posti si perdono, quante cattedre vengono soppresse, quante ore si tagliano. Già, le ore scolastiche. Il nostro sistema è rimpinzato di ore di lezione ed è il meno efficace in Europa.

I fascisti rossi gridano e zittiscono. Dicono di voler salvare la scuola. Ma quale scuola? Quella delle sperimentazioni? Quella che vive in funzione dei posti di lavoro? La loro?!

Spiacenti. Quel tipo di scuola non è credibile e non c’interessa più. Mi auguro proprio che la riforma vada avanti e che mia figlia faccia in tempo ad entrare in una scuola superiore più seria, efficiente e, soprattutto, razionale.

Gianluca Zappa

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venerdì, 12 giugno 2009

ZAPATERO TRA TETTE E FETI

Una delle più grandi notizie dell'ultima consultazione elettorale, è che il partito di Zapatero perde finalmente voti. Il partito della barbarie è in calo e speriamo che abbia imboccato una parabola discendente irreversibile.

Zapatero è colui che ha creato un ministero per l'uguaglianza, mettendoci a capo una certa Bibiana Aido, una giovane senza esperienza politica, ma con una buona dose di cretineria ideologica. Meglio le veline nostrane, sono meno pericolose. Perchè la signorina Aido ha avuto la dabbenaggine di paragonare l'eliminazione di un feto al "rifarsi le tette", cioè ad un banale intervento di chirurgia estetica. Ovviamente il feto, per costei, non è un essere umano, ma una specie di appendice carnosa.

In Spagna c'è qualcuno che ha ancora un po' di cervello ed ha reagito. La ministra ha risposto ammettendo di avere un po' esagerato, ma subito giustificandosi dicendo di aver voluto provocare: "Questo paese ha bisogno di sbarazzarsi dei vecchi pregiudizi della destra, della Chiesa. È necessario liberare le donne, le giovani, dalla schiavitù di una maternità non controllata».

E infatti Zapatero procede come un rullo compressore a "liberare" le donne. Vorrebbe che anche le ragazze di 16 anni possano abortire senza il consenso dei genitori. L'unico modo per farlo è diffondere la cosificazione del feto. E', insomma, propagare una vera e propria menzogna, perchè è solo sulla menzogna che si può basare la barbarie di questo orribile potere dell'uomo sull'uomo.

Occorre che il male sia diffuso e banale. Occorre estendere la complicità, abbassare il livello delle coscienze. E' quello che accade tutti i giorni.

Ricordo quando entrai in classe con delle scarpe da ginnastica bianche, nuove di zecca. I ragazzi non sopportavano tutto quel bianco. Evidentemente le scarpe devono essere sempre un po' sporche. E quando ti chiedono se ti sei mai sballato da giovane, se ti sei ubriacato, se hai mai fumato uno spinello e tu gli rispondi di no, ti guardano con un sorriso malizioso, come a dire "non ce la racconti giusta... Chi non l'ha fatto?".

Se gli altri hanno la coscienza sporca, allora posso avercela anch'io. Se l'aborto qualcuno l'ha legiferato, allora si può fare. Se l'aborto qualcuno l'ha fatto, allora è una cosa che fanno tutti, banale, come rifarsi le tette. Non è più un tabù, un dramma, una vergogna.

Se da qualche parte qualcuno manipola un embrione umano e se ci mettiamo d'accordo che quell'embrione è niente più che una "cellula", allora anche questo tabù cade. Il mio amico Stefano mi ha fatto pensare: perchè ci si intestardisce a martirizzare embrioni per lavorare su cellule che non danno risultati utili? Perchè si finanziano questo tipo di esperimenti? Perchè siano sempre di più coloro che si "sporcano", che violano quel limite sacro mettendoci le mani. In definitiva, perchè il male sia sempre più banalizzato.

La Spagna pare essere una capofila: il signor Zapatero ha deciso di essere il missionario di questa mentalità, il diffusore della cosificazione dell'essere umano, il profeta del nulla, e della conseguente deresponsabilizzazione dell'individuo.

Ora i suoi consensi sono in calo. Chi è contro la barbarie non può che esultare.

Gianluca Zappa

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